Anniversario delle rivolte in Tibet del 1959

Pubblicato il 12 marzo 2017 alle 7:45 in Cina Tibet

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Non tollereremo le attività separatiste del Dalai Lama, ha dichiarato il governatore del Tibet alla vigilia delle manifestazioni organizzate in tutte le principali città del mondo, in memoria dell’anniversario delle rivolte in Tibet del 1959, venerdì 10 marzo.

L’anniversario delle rivolte in Tibet contro il governo cinese coincide quest’anno con i Lianghui, lo svolgimento a Pechino delle riunioni dell’Assemblea Nazionale del Popolo e della Conferenza Politica Consultiva a cui partecipa anche la delegazione del governo provinciale del Tibet.

Il governatore del Tibet, Che Dalha, ha affermato che il suo governo “manterrà una posizione netta contro il separatismo e non tollererà le attività separatiste e dannose del Dalai Lama e della sua cricca”.

“La nostra missione più importante è proteggere e regioni di frontiera del nostro paese, costruire le nostre case e impedire a qualsiasi gruppo di separare anche un solo metro della nostra terra dalla madrepatria”, ha dichiarato Tashi Yangjen, uno dei delegati a Pechino in rappresentanza della minoranza etnica Lhoba presente del sud-est del Tibet.

Le truppe dell’Armata di Liberazione cinese marciarono sul Tibet e ne presero il controllo nel 1951, a due anni dalla fondazione della Repubblica Popolare, durante quella che definiscono la “liberazione pacifica” della regione, con la sigla di un “accordo a diciassette punti” con il Dalai Lama. La Cina considera il Dalai Lama – il leader spirituale del buddismo tibetano fuggito in India dopo il fallimento delle rivolte per la liberazione della regione – un separatista pericoloso. Il Dalai Lama, vincitore del Nobel per la Pace, rifiuta ogni forma di violenza e auspica un’autonomia pacifica del Tibet.

I gruppi di attivisti per i diritti umani internazionali condannano quello che ritengono essere un governo oppressive di Pechino sulla regione tibetana. Secondo quanto riportano, vi sarebbe una continua sorveglianza e il dispiegamento di forze militari con il fine di intimidire i cittadini tibetani e di calmare il dissenso. Un dissenso che si è spesso manifestato con le proteste sotto forma di suicidio da parte dei monaci buddisti tibetani che lamentano mancanza di libertà religiosa.

“Il progresso sui diritti umani sarà possibile solo se il governo della Cina sostituisce alle tattiche intimidatorie un approccio più aperto all’informazione e all’espressione pacifica di dissenso”, secondo Sophie Richardson la direttrice per la Cina di Human Rights Watch. Al momento ai giornalisti stranieri non è permesso andare in Tibet senza uno speciale permesso ufficiale, il divieto viene esteso a tutti gli stranieri nei momenti di maggiore tensione.

Intanto, a Pechino, il premier Li Keqiang ha partecipato alla riunione della delegazione del Tibet – a margine delle grandi assemblee generali, sono previsti durante i Lianghui anche delle sessioni parziali effettuate dai rappresentanti delle singole province cinesi – e ha sottolineato come dall’ultimo Congresso del PCC tenutosi nel 2012 e sotto la guida del presidente Xi Jinping, il governo centrale abbia dato grande importanza allo sviluppo del Tibet. Gli obiettivi principali di questo progetto di sviluppo sono migliorare la qualità di vita dei cittadini tibetani, l’accesso all’istruzione, alla sanità e garantire servizi pubblici più efficienti. Pechino mira anche a sviluppare il turismo, l’utilizzo delle energie politiche e l’accessibilità ai servizi sanitari nelle zone rurali. Li Keqiang ha anche dichiarato che il governo si impegnerà per promuovere una maggiore coesione sociale tra i vari gruppi etnici della regione e una migliorata armonia tra le diverse fedi religiose per garantire maggiore stabilità sociale e una pace duratura.

In memoria delle rivolte in Tibet del 1959, il 10 marzo a Sydeny 200 persone hanno sfilato nel distretto commerciale fino al consolato cinese per protestare contro il mancato rispetto dei diritti umani in Tibet, altre manifestazioni sono previste a Taipei e Londra. I manifestanti, molti in abiti tradizionali tibetani, chiedevano più diritti umani in Tibet. “Speriamo che questo tipo di manifestazioni possa far sentire la nostra voce al mondo, c’è ancora oppressione cinese in Tibet”, ha dichiarato Tashi Gayatso, cittadino tibetano di terza generazione.

Alla “liberazione” del Tibet da parte dell’Armata Popolare di Liberazione nel 1951 seguirono anni di rivolte e resistenza da parte della popolazione di etnia tibetana residente nelle province più occidentali della Cina: il Tibet stesso, ma anche il Sichuan e il Qinghai. Le rivolte erano contro le riforme socialiste e la redistribuzione delle terre comandata dal governo centrale di Pechino e dal suo leader, Mao Zedong. Gli Stati Uniti sostennero le rivolte addestrando i miliziani tibetani. Nel 1959 le sommosse raggiunsero anche la capitale del Tibet, Lhasa, dove il leader spirituale del buddismo tibetano, il Dalai Lama, era anche leader politico. Le rivolte di Lhasa del 10 marzo 1959 sono state scatenate da un inconsueto invito da parte dei generali dell’Armata Popolare di Liberazione rivolto al Dalai Lama. L’esercito cinese pretendeva che il Dalai Lama andasse ad assistere a uno spettacolo nel suo quartier generale di Lhasa senza alcuna scorta tibetana e che si spostasse senza effettuare la processione consueta, ma nel modo più anonimo possibile. Voci della volontà di rapire o addirittura di attentare alla vita del Dalai Lama si diffusero velocemente a Lhasa, così il 10 marzo, la grande maggioranza della popolazione della città si riversò al palazzo del Dalai Lama per impedire che venisse rimosso con la forza o rapito. Il 12 marzo le proteste continuavano e la popolazione iniziava ad inneggiare all’indipendenza del Tibet da Pechino. Nei giorni successivi venne preparata l’evacuazione del Dalai Lama, compiuta il 19 marzo e iniziarono i bombardamenti da parte dell’esercito cinese che danneggiarono seriamente i tre maggiori templi di Lhasa. Il Dalai Lama vive da allora in esilio in India, continua a rappresentare la guida spirituale dei buddisti tibetani, ma è privo di autorità politica formale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

Monastero Buddista Tibetano, Tibet. Fonte: Pixabay

Monastero Buddista Tibetano, Tibet. Fonte: Pixabay

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.