Israele legalizza 4.000 unità abitative su terreni privati palestinesi

Pubblicato il 7 febbraio 2017 alle 17:03 in Israele Medio Oriente

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Lunedì 6 febbraio, Israele ha approvato una legge retroattiva per legalizzare gli insediamenti di coloni costruiti in Cisgiordania, una misura che ha destato preoccupazione nella comunità internazionale.

Tale legge, che potrebbe non entrare mai in vigore, contravviene alla sentenza della Corte Suprema di Israele in materia di diritti di proprietà. Il procuratore generale israeliano, Avichai Mandelblit, ha spiegato che la legge è incostituzionale e costituisce una violazione del diritto internazionale poiché permette l’esproprio di terreni che appartengono a privati. L’organizzazione “Peace Now” ha annunciato di voler presentare una petizione alla Corte Suprema, chiedendo sanzioni per gli oltre 50 avamposti costruiti senza l’approvazione del governo. Un funzionario della Casa Bianca ha affermato che, date le controversie relative alla nuova legge, l’amministrazione Trump “si asterrà da qualunque commento fino alla relativa sentenza della Corte Suprema”.

Nonostante sia stata approvata grazie all’appoggio della coalizione di destra guidata da Netanyahu, la legge ha generato tensioni all’interno del governo. Alcune fonti politiche hanno dichiarato che Netanyahu fosse contrario alla sua approvazione per timore di un’azione penale da parte della Corte dell’Aia. Un funzionario della Casa Bianca, intervenuto in condizioni di anonimato, ha precisato che Washington si opporrebbe a un’eventuale azione legale internazionale.

Il partito di estrema destra Casa Ebraica aveva proposto di adottare tale provvedimento in risposta allo sgombero di 330 coloni dal villaggio di Amona, avvenuto la scorsa settimana. Se Netanyahu non avesse appoggiato la proposta, avrebbe rischiato di perdere ulteriori consensi, crollati dopo le recenti accuse di corruzione a suo carico.

Secondo alcune fonti, il primo ministro israeliano aveva chiesto di rinviare il voto fino all’incontro a Washington con il presidente americano, fissato per il 15 febbraio, ma la proposta di Netanyahu è stata subito respinta dal partito di estrema destra. Tali indiscrezioni sono state smentite da Netanyahu in occasione del colloquio con il primo ministro inglese, Theresa May, tenutosi ieri a Londra. Il primo ministro israeliano ha spiegato ai giornalisti che non era sua intenzione posticipare il voto. Il suo unico intento era quello di avvisare preventivamente Washington, come in effetti è accaduto. La legge è stata approvata prima che Netanyahu rientrasse in Israele.

Se il provvedimento dovesse entrare in vigore, i coloni potrebbero continuare a risiedere sui terreni palestinesi, mentre i proprietari riceverebbero una compensazione finanziaria. I detrattori del governo israeliano ritengono che gli insediamenti siano illegali e che rappresentino un ostacolo alla pace, in quanto riducono drasticamente i possedimenti palestinesi in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. Israele risponde alle accuse facendo riferimento ai legami biblici, storici e politici con quei territori, e invocando esigenze di sicurezza.

Hanan Ashrawi, membro storico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha dichiarato: “Il primo ministro Benjamin Netanyahu e le decisioni della sua coalizione estremista e razzista infrangono la legge, escludono la soluzione dei due Stati e non garantiscono un futuro di pace e stabilità”. In una recente dichiarazione, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha affermato che la legge “avrà conseguenze legali di vasta portata per Israele, restringendo le prospettive di pace tra arabi e israeliani”.

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano. Fonte: Wikipedia Commons

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano. Fonte: Wikipedia Commo

di Redazione

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