Vietato l’accesso alla rappresentante Onu a Rakhine

Pubblicato il 19 gennaio 2017 alle 17:57 in Asia Myanmar

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Alla rappresentante speciale per i diritti umani dell’Onu, Yanghee Lee, è vietato l’accesso ad alcune aree dello stato di Rakhine, nel nord del Myanmar.

Gli ufficiali governativi hanno parlato di “problemi di sicurezza” per giustificare il divieto d’accesso alla rappresentante speciale per i diritti umani delle Nazioni Unite inviata per controllare la situazione della minoranza islamica di etnia Rohingya.

Lee è riuscita ad avere dei colloqui soltanto con singoli individui pre-selezionati dal governo birmano. “La mancanza di accesso diretto renderà le sue indagini ancora più difficili”, ha dichiarato Florence Looi, reporter di Al Jazeera a Sittwe.

La rappresentante speciale sta conducendo una visita di 12 giorni in Myanmar, 3 dei quali sono dedicati allo stato di Rakhine, dove la minoranza Rohingya sta soffrendo una forte repressione da parte dell’esercito a partire dallo scorso ottobre. La campagna militare è stata avviata in seguito ad alcuni attacchi da parte di ribelli islamisti del gruppo Harakah al-Yaqin alle stazioni di polizia di confine. Il gruppo Harakah al-Yaqin – in arabo “Movimento per la Fede”- conta un centinaio di membri, sembra sia guidato da un gruppo di Rohingya emigrati in Arabia Saudita e abbia forti legami e sostegno dal Pakistan e dal Bangladesh.

La popolazione Rohingya è stata sottoposta per decenni a repressioni, abusi e violazioni dei diritti umani, al punto che l’attacco da parte degli insurrezionisti è stato percepito dai residenti come un tentativo di proteggere la minoranza islamica della zona. La risposta armata sembra ai cittadini Rohingya l’unica via per ribellarsi all’oppressione.

Da ottobre 2016 a oggi, sono stati circa 400 i morti e 65000 i profughi Rohingya fuggiti verso il confine con il Bangladesh per evitare gli abusi e la violenza di cui l’esercito birmano è accusato. Il governo del Myanmar ha negato tutte le accuse, ma questo non è bastato per alleviare la pressione internazionale a cui Aung San Suu Kyi e la sua squadra sono sottoposti.

La visita della rappresentante Onu proseguirà nei prossimi giorni e cercherà di entrare in contatto diretto con i residenti dello stato di Rakhine. Si occuperà anche di controllare che gli aiuti umanitari internazionali arrivino ai Rahingya e non vengano bloccati lungo la strada.

La minoranza islamica Rohingya, concentrata per lo più nello stato di Rakhine, nel Myanmar del nord, è ufficialmente apolide dall’approvazione di una legge del 1982 che l’ha privata della cittadinanza birmana. Essere privi di cittadinanza ha negato ai Rohingya la libertà di movimento, l’accesso all’istruzione e ai servizi sociali e permette la confisca arbitraria delle loro proprietà. Per questa ragione, i Rohingya hanno tentato per decenni di lasciare il paese e di rifugiarsi nel vicino Bangladesh.

All’emergenza umanitaria si uniscono anche le preoccupazioni degli analisti internazionali per un possibile interessamento dell’Isis alla questione. Una minoranza islamica in fuga da un paese a quello vicino che la confina nei campi profughi, carica di rancore, dolore e oppressione potrebbe divenire la fonte ideale per il reclutamento di militanti estremisti. Quella dei Rohingya potrebbe essere una nuova causa da sposare per l’Isis e l’aggiunta di attentati terroristici in una situazione già molto tesa diverrebbe la scusa ideale per l’esercito del Myanmar per muovere un’offensiva di ampia scala.

Bambini Rohingya nello stato di Rahkine

Bambini Rohingya nello stato di Rahkine, Fonte: Flickr

di Redazione

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