Democrazia e terrorismo

Pubblicato il 25 dicembre 2016 alle 15:11 in Approfondimenti

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Di Leonardo Morlino, Prorettore alla ricerca della LUISS

I termini della questione sono noti e abbastanza precisi. Se, per ragioni diverse, si vuole aumentare la sicurezza individuale dei cittadini e quella collettiva di un paese, occorre avere poteri di controllo sulle attività dei propri cittadini. Tali poteri inevitabilmente si spingono sino ad entrare nella privacy delle persone ovvero a ridurre le loro garanzie e libertà, anche in modo netto e persino esplicitamente limitato solo ad alcuni gruppi di persone, identificati sulla base della loro religione, dei loro valori, o della loro etnia. Certi corpi dello stato, quali i servizi di intelligence, la polizia o i militari, acquistano poteri di fatto e anche di diritto che squilibrano il principio democratico classico del controllo delle autorità politiche elette su quelle non elette. Dunque, nell’insieme, avere più sicurezza significa sia meno libertà individuale e collettiva sia squilibrare i rapporti tra poteri eletti e burocrazie addette a mantenere l’ordine. In una espressione, significa meno democrazia e più rischi autoritari.

In questa prospettiva, negli ultimi decenni la minaccia alla sicurezza è venuta soprattutto dal terrorismo. E questo fenomeno è stato interno, ad esempio, con la Rote Armee Fraktion in Germania, le Brigate Rosse e Avanguardia Nazionale in Italia,  Euskadi Ta Askatasuna in Spagna, le Forze Armate Rivoluzionarie in Colombia, per ricordare solo i casi più conosciuti. Ma è stato anche internazionale, con diversi episodi più o meno recenti e clamorosi quale l’attentato alle Torri Gemelle nel 2001 da parte dell’organizzazione di Bin Laden o anche gli attentati a Parigi e Nizza sostenuti dall’ISIS e gli altri eventi che stanno sconvolgendo l’Europa. Il terrorismo internazionale si caratterizza per una strategia che colpisce territori diversi da quelli in cui l’organizzazione è radicata o ha la propria leadership. Lo scopo è di influire sulle opinioni pubbliche di quei paesi spingendo i governi colpiti a cambiare le proprie politiche nell’area interessata ovvero come risposta a supposti torti ricevuti.

Malgrado le reazioni dei governanti, o anche di altri attori provenienti dalla società civile, orientate a ‘mantenere la calma’, l’attività terrorista ha sempre conseguenze politiche, sia in politica estera che in politica interna o in entrambe. Basti pensare a come la politica estera americana sia cambiata dopo l’attentato alle Torri Gemelle con l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan e a come sia cambiata la politica interna con i due Patriot Acts, emanati da Bush figlio, per perseguire le attività terroristiche. Nell’insieme, le conseguenze politiche ricorrenti sono dovute, soprattutto, alle reazioni di timore e sconcerto delle pubbliche opinioni interne. Infatti, quando si è posta l’alternativa tra sicurezza e libertà ovvero democrazia, come è stato mostrato da diversi sondaggi in anni e paesi diversi, la reazione delle persone è stata quasi sempre a favore della prima e a scapito della seconda. Anche dal punto di vista della teoria politica, la sicurezza è considerato il bene primario che un regime politico ovvero i governanti devono assicurare, prima ancora di altri beni pubblici, come appunto la libertà.

Questi ragionamenti, però, sono stati sempre proposti in relazioni a democrazie consolidate, quali quelle direttamente ed indirettamente evocate sopra. Che cosa succede se il problema della sicurezza si pone in paesi che stanno instaurando un regime democratico e che di conseguenza si trovano ad affrontare contemporaneamente diverse altre e complesse sfide? L’instaurazione viene interrotta ovvero quasi sicuramente fallisce e si torna indietro a soluzioni politiche non democratiche? Il paese che si è trovato recentemente in queste condizioni è stato la Tunisia che, dunque, presenta un eccellente caso su cui riflettere. Vediamolo più da vicino.

La primavera araba inizia, anche simbolicamente, da questo paese dove il 17 dicembre 2010 un giovane venditore ambulante si dà fuoco. La minaccia terroristica si fa più concreta qualche tempo dopo, soprattutto dopo la morte di Mu’ammar Gheddafi nella vicina Libia a fine 2011. La reazione tunisina alla fine non differisce da quella delle altre democrazie consolidate. La legge del luglio 2015 ripropone la pena di morte per il reato di terrorismo, definito in termini molto ampi, modifica nettamente le garanzie per la difesa dell’accusato, che potrà rimanere in detenzione anche per 15 giorni senza potere avere assistenza legale e garantisce l’anonimato ai testimoni-accusatori che non possono essere contro-interrogati.

Questi e altri aspetti, che limitano le garanzie del cittadino e danno molti più poteri alla polizia, hanno suscitato le reazioni preoccupate delle maggiori organizzazioni internazionali che promuovono i diritti umani. Tali preoccupazioni sono senza dubbio giustificate, ma non per il contenuto della legge. Infatti, ad esempio, se si leggono con un minimo di attenzione i due Patriot Acts nord-americani e soprattutto le osservazioni profondamente critiche che emergono con nettezza dalle sentenze dei giudici statunitensi a livello locale, si constata che la legge tunisina non è poi tanto più liberticida. Quello che fa la differenza in negativo, nella prospettiva garantista e liberale, è che per gran parte del 2015 poi in Tunisia è stato proclamato e mantenuto lo stato di emergenza e soprattutto per i tunisini quella legge ricreava una sorta di continuità con le norme e le pratiche vigenti, anche contro il terrorismo, nel precedente regime autoritario. Sembrava, cioè, di tornare al passato autoritario.

L’effettiva lezione tunisina, rilevante per tutti, però, viene da altri fatti e relative considerazioni. Innanzi tutto, la legge viene approvata dalla stragrande maggioranza dei parlamentari ed ha pochissimi astenuti (10) e nessun voto contrario. Dunque, le elités politiche rimangono unite in un momento difficile. A questo fa seguito, nel corso del 2016, la stessa trasformazione del principale partito islamico Al-Nahda in un partito programmaticamente designato per i democratici musulmani. Nella prospettiva qui discussa tale mutamento marginalizza l’estremismo in cui troverebbe spazio e sostegno l’azione terrorista. Inoltre, con alcune riserve, dovute all’inevitabile richiamo al passato, la legislazione e la gestione del terrorismo ha avuto un amplissimo sostegno anche da parte della società civile.

Dunque, la lezione sta nella capacità di mantenere l’unità delle elités che rimangono in sintonia con la società civile nell’affrontare il terrorismo in modo che l’oggettivo sacrificio delle garanzie liberali sia il risultato di una decisione alla fine collettiva e consapevole. In breve, alla fine, occorre prendere atto che la democrazia non è un gioco da giardino di infanzia e purtroppo neanche un luogo ideale per ‘anime belle’.

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Leonardo Morlino, Prorettore LUISS. Fonte: LUISS.

di Alessandro Orsini

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