Trump, la Nato e l’Europa

Pubblicato il 14 dicembre 2016 alle 17:20 in Approfondimenti

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Sotto il profilo strategico, è sempre meglio, e anche meno dispendioso, restare in una posizione di potere piuttosto che lottare per farvi ritorno.

Gli Stati Uniti hanno dovuto sacrificare migliaia di vite umane per realizzare lo sbarco in Normandia e mettere piede in Europa. Ecco perché l’idea di Trump di abbandonare gli alleati europei, spingendoli tra le braccia di Putin, è folle. Gli americani non devono ritirarsi dall’Europa, ma rimanervi. Soltanto così potranno difendere i propri interessi nazionali nel modo migliore.

Questa è la tesi centrale che Josef Joffe, direttore del settimanale tedesco “Die Zeit”, presenta su “Foreign Affairs”.

L’annuncio di Trump, di voler tagliare la spesa militare per la Nato, ha spaventato gli alleati europei. Il ragionamento del prossimo capo della Casa Bianca è giusto in teoria e sbagliato in pratica. I paesi dell’Unione europea, il cui prodotto interno lordo è pari a quello degli Stati Uniti, non dovrebbero avere difficoltà a finanziare la spesa militare per colmare i tagli di bilancio della Casa Bianca. Tuttavia, ciò non avverrà perché l’Unione Europea non è una repubblica federale, come gli Stati Uniti. È molto più simile al Sacro Romano Impero, con i suoi principi, i suoi potentati e un imperatore debole, consacrato dai grandi elettori dell’Impero.

Oggi come allora, i veri poteri sono dispersi nelle capitali europee piuttosto che essere concentrati nel “centro”, rappresentato da Bruxelles, dove ha sede la Commissione Europea. Eppure, una figura politica sembrava avere preso il sopravvento sulle altre, assumendo i tratti del leader. Chi, se non la Merkel, si è trovata nella posizione migliore per ascendere al trono?

La Francia è alle prese con la stagnazione economica e con l’incapacità di riformare se stessa. L’Italia, che sfoggia il suo 65esimo governo dalla fine della seconda guerra mondiale, combatte contro il declino economico, aggravato dai soliti problemi di ingovernabilità. L’Inghilterra è uscita dall’Unione Europea. Nonostante ciò, Berlino non è riuscita a concentrare il potere nelle proprie mani a causa della Brexit, della crisi delle frontiere e dei problemi dell’euro.

L’esperienza della Brexit potrebbe essere imitata da altri paesi. Se ciò non accadrà, sarà un miracolo. La tendenza in atto non è verso una maggiore integrazione, ma verso un processo di graduale allentamento dai vincoli comunitari. Quando i siriani si sono diretti in massa verso l’Unione Europea, gli altri paesi, anziché aiutarsi tra loro in base al principio della solidarietà, hanno innalzato le barriere lanciandosi accuse reciproche. Gli egoismi nazionali hanno prevalso sulla solidarietà comunitaria.

L’analisi di Joffe è impietosa.

Quando scoppiò la crisi nel 2010, la Germania invitò Italia, Francia, Grecia, Portogallo e Spagna al rigore fiscale. Il governo tedesco chiese a questi paesi di smetterla di vivere al di sopra dei propri mezzi e di sperperare i pochi soldi messi a disposizione dalla Banca Centrale Europea. Il prossimo paese che rischia un’operazione di salvataggio finanziario – scrive Joffe – è l’Italia, che ha un’economia dieci volte più grande della Grecia. Se crolla l’Italia, crolla l’euro.

In questa situazione, è difficile immaginare che le capitali europee decidano di investire miliardi di euro in spese militari. L’Italia, ad esempio, spende meno dell’1% del Pil, ma, secondo gli accordi sottoscritti con gli altri membri della Nato, dovrebbe spendere almeno il 2%. Molti altri paesi dell’Unione Europea si trovano in una condizione analoga. La Francia spende l’1,7%. La Germania, che è l’economia più potente, l’1,2%. Allo stato attuale, tutto ciò che i paesi europei hanno fatto, per contrastare la minaccia russa dopo l’invasione della Crimea, è stato schierare quattro battaglioni multinazionali della Nato in Europa dell’est, per un totale di 4000 soldati. Nella stessa area, Putin ha dislocato 30,000 uomini. La sproporzione balza agli occhi. L’Unione Europea ha proposto di costituire un fondo per la ricerca e il riarmo di 5 miliardi di euro. Per assumere un ruolo strategico e colmare il vuoto che Trump creerebbe con la sua ritirata strategica, l’Unione Europea dovrebbe spendere non cinque miliardi di euro, bensì centinaia di miliardi di euro per attrezzature e addestramento, aerei, carriarmati, navi, radar spaziali, armi di precisione, e condivisione dei comandi. Dovrebbe sviluppare le abilità per fronteggiare le “guerre ibride”, in cui Putin è un maestro. Dovrebbe sviluppare poteri e capacità militari dal Mediterraneo al Mar Baltico. Per non parlare del Medio Oriente.

Nella lotta contro lo Stato Islamico, il discorso non muta. Gli unici paesi europei a partecipare ai bombardamenti aerei contro le postazioni dell’Isis sono Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Danimarca che, peraltro, hanno condotto pochi bombardamenti rispetto agli Stati Uniti. 16,592 è il numero totale dei raid aerei condotti contro le postazioni dello Stato Islamico dal settembre 2014 a oggi. I piloti americani hanno condotto 12.876 raid, di cui 7.183 in Iraq e 5.693 in Siria. Gli altri paesi hanno realizzato 3.716 incursioni. Attenzione però: la coalizione aerea è composta anche da Australia, Canada, Giordania, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabia Uniti, Bahrein. Il che significa che i bombardamenti dei paesi europei non sono stati pochi, bensì pochissimi.

Quanto alla Merkel, si limita a fornire i propri aerei per effettuare voli di ricognizione. Non è certamente questo l’atteggiamento tipico di un imperatore. Il Parlamento tedesco, a cui spetta l’autorità di approvare gli interventi militari, non ha intenzione di esercitare il potere sugli altri Stati attraverso la forza. Non è questa la Germania che il Bundestag ha in mente.

Per assumere un ruolo di guida nel mondo, l’Europa avrebbe bisogno di una volontà comune e di un leader. Manca di entrambi. A ciò si aggiunga che i principali paesi europei credono nel valore della pace, con l’eccezione di Francia e Inghilterra, che approvano l’uso della forza come mezzo legittimo per condurre la politica estera.

La conclusione di Joffe è che il ritiro strategico di Trump dall’Europa provocherebbe un “disastro colossale” anche per gli interessi americani. I paesi dell’Unione Europea non reagirebbero all’isolazionismo americano attraverso la corsa agli armamenti. Non hanno un capo, non hanno una volontà comune e sono in preda a una crisi economica.

L’Europa resta il principale partner degli Stati Uniti. Se Trump diventerà amico di Putin, gli europei, sentendosi vulnerabili, cercheranno di ingraziarsi il capo del Cremlino, rendendosi disponibili ad accogliere le sue richieste. Ciò provocherebbe una crescita dell’influenza del Cremlino sull’Europa. Ma questo è esattamente ciò che tutte le amministrazioni americane, democratiche o repubblicane, hanno sempre cercato di impedire, dalla fine della seconda guerra mondiale fino a oggi.

Abbandonando l’Europa, gli Stati Uniti non torneranno a essere “grandi”, come prometteva lo slogan elettorale con cui Trump ha vinto le elezioni: “Make America Great Again!”.

Abbandonando l’Europa – questa è la conclusione di Joffe – gli Stati Uniti diventeranno più piccoli.

A cura di Alessandro Orsini

Vladimir Putin. Fonte: Personal Website.

Vladimir Putin. Fonte: Personal Website.

 

 

 

 

 

di Alessandro Orsini

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