ARRESTATO AVVOCATO DELLA FAMIGLIA REGENI AL CAIRO

Pubblicato il 13 settembre 2017 alle 20:26 in Europa

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L’avvocato Ibrahim Metwally Hegazy, coinvolto nel caso della morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, è stato arrestato dalle autorità egiziane mentre stava per lasciare l’Egitto.

Il quotidiano The New Arab ha riportato che la notizia è stata resa nota ieri, martedì 12 settembre, da un gruppo umanitario attivo nel Paese. Hegazy è stato fermato dalla polizia all’aeroporto del Cairo, mentre si stava imbarcando su un volo per Ginevra, dove avrebbe dovuto partecipare ad un meeting delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate in Egitto. Al momento, non è chiaro dove si trovi l’avvocato.

Hegazy, insieme al figlio, aveva fornito assistenza legale alla famiglia di Regeni. Dopo essere scomparso il 25 gennaio, il corpo privo di vita del ricercatore italiano è stato ritrovato il 3 febbraio, vicino al Cairo, in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria. L’autopsia ha rivelato che il ragazzo era stato torturato prima di essere ucciso. Da allora, sono in corso indagini per capire chi siano stati i responsabili del suo assassinio. Inizialmente, era stata incolpata una banda criminale locale specializzata in rapimenti di stranieri, i cui membri sono stati uccisi dalla polizia egiziana. In seguito, le forze di sicurezza locali hanno riferito di aver trattenuto Regeni il giorno in cui sparì. Da più di un anno, i media italiani e americani avanzano il sospetto secondo cui i responsabili dell’assassinio sarebbero i servizi segreti egiziani.

Striscione per la morte di Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

Striscione per la morte di Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

Nonostante l’Italia, nell’aprile 2016, abbia richiamato il proprio ambasciatore dal Cairo, a inizio settembre, Roma ha annunciato la ripresa dei rapporti con l’Egitto. Il 14 settembre, l’ambasciatore italiano in Egitto e l’ambasciatore egiziano in Italia inizieranno nuovamente i loro mandati. Tale decisione è stata motivata dal ministro degli esteri, Angelino Alfano, il quale ha spiegato che “l’Egitto è un partner fondamentale per l’Italia”. La famiglia di Regeni ha condannato la mossa italiana.

Sofia Cecinini

di Redazione

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CASO REGENI: IL NEW YORK TIMES SOSTIENE CHE SIA STATO UCCISO DAI SERVIZI SEGRETI EGIZIANI

Pubblicato il 16 agosto 2017 alle 11:49 in Europa

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Il New York Times ha pubblicato un articolo basato su fonti dell’ex amministrazione Obama, in cui sostiene che il giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni, sia stato ucciso dai servizi segreti egiziani, una tesi che era largamente circolata sui media italiani.

A più di un anno di distanza dall’omicidio, il giornalista del New York Times Declan Walsh, il quale ha seguito tutte le fasi dell’inchiesta sul caso Regeni dalla capitale egiziana, afferma che l’amministrazione Obama, in possesso di prove schiaccianti sulla colpevolezza dei servizi segreti egiziani, riferì diversi dettagli alle autorità italiane nelle settimane successive all’omicidio. Tuttavia, Roma ha smentito la ricostruzione del quotidiano americano, sottolineando che, nonostante la piena collaborazione con la Procura italiana, nel corso dei contatti tra l’amministrazione statunitense e le autorità italiane, non furono mai trasmesse “informazioni esplosive”.

Lo stesso giorno della pubblicazione dell’articolo del New York Times, il 15 agosto, il governo italiano ha annunciato il ritorno del proprio ambasciatore in Egitto, a 15 mesi di distanza dal suo ritiro per via delle proteste intorno all’omicidio di Regeni. “Alla luce degli sviluppi raggiunti grazie alla collaborazione tra i servizi di sicurezza italiani ed egiziani, il governo ha deciso di mandare al Cairo l’ambasciatore Giampaolo Cantini. L’Italia continuerà a impegnarsi nella ricerca della verità per far luce sull’uccisione di Giulio Regeni”, ha spiegato il ministro degli esteri, Angelino Alfano.

Regeni fu rapito il 25 gennaio 2016, e il suo corpo fu rinvenuto il 3 febbraio, vicino al Cairo, in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria. L’autopsia ha rivelato che il ragazzo venne torturato prima di essere ucciso. Da allora, sono in corso indagini per capire chi siano stati i responsabili del suo assassinio.

Sofia Cecinini

Giulio Regeni. Fonte: Youtube

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di Redazione

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Caso Regeni: incontro tra magistrati italiani e PG egiziano

Pubblicato il 7 dicembre 2016 alle 10:52 in Africa Egitto

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Il Procuratore Generale egiziano Nabil Ahmed Sadek da ieri si trova in Italia per incontrare i magistrati italiani che si stanno occupando del caso Regeni. La delegazione egiziana è stata invitata dalla Procura di Roma per permettere uno scambio di informazioni utili alle indagini.

L’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, avvenuto lo scorso gennaio al Cairo, rimane ancora un mistero. Il corpo del giovane fu trovato senza vita e con evidenti segni di torture dopo dieci giorni dalla sua sparizione.

Il Parlamento italiano il 29 giugno 2016, in disaccordo con la condotta delle indagini da parte del Cairo, ha bloccato la fornitura di ricambi per i caccia F-16 all’Egitto. In risposta, il Ministero degli Esteri egiziano, qualche giorno dopo, annunciava possibili ripercussioni negative sulla cooperazione bilaterale nei settori della sicurezza.

Giulio Regeni

Giulio Regeni

di Redazione

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EGITTO: IL RITORNO DELL’AMBASCIATORE ITALIANO

Pubblicato il 15 settembre 2017 alle 11:30 in Africa Egitto

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L’ambasciatore italiano è tornato al Cairo dopo più di un anno da quando il suo predecessore era stato richiamato in patria, l’8 aprile 2016, a seguito dell’uccisione del ricercatore italiano, Giulio Regeni.

Striscione per la morte di Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

Striscione per la morte di Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

Gli ufficiali dell’aeroporto del Cairo hanno riferito che l’ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, sarebbe arrivato nella capitale egiziana mercoledì 13 settembre 2017, dove sarebbe stato accolto dall’assistente del ministro degli Esteri, Ashraf Mounir. Anche l’ambasciata italiana in Egitto avrebbe confermato l’arrivo del proprio diplomatico.

In precedenza, il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, aveva ricevuto una telefonata dalla propria controparte italiana che lo avrebbe informato della decisione di inviare un nuovo diplomatico in Egitto, chiedendogli di approvare la nomina del nuovo ambasciatore.

Il 14 agosto 2017, l’Italia aveva annunciato il ritorno del proprio ambasciatore nel Paese africano, dopo 15 mesi dall’uccisione di Regeni, scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016. In tale occasione, il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, aveva sottolineato che la ripresa dei rapporti diplomatici con l’Egitto non avrebbe in alcun modo posto fine alle indagini in merito alla morte di Regeni. Alfano aveva affermato: “L’impegno del Governo italiano rimane quello di fare chiarezza sulla tragica scomparsa di Giulio, inviando a Il Cairo un autorevole interlocutore che avrà il compito di contribuire, tramite i contatti con le autorità egiziane, al rafforzamento della cooperazione giudiziaria e, di conseguenza, alla ricerca della verità”.

Giulio Regeni era un ricercatore italiano della Cambridge University scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016. Al momento della scomparsa, il ricercatore si trovava in Egitto per compiere alcune ricerche sui sindacati egiziani. Il 3 febbraio 2017, il suo cadavere era stato ritrovato in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria, poco fuori dalla capitale. Il corpo senza vita di Regeni mostrava segni di tortura. In seguito a tale avvenimento, il governo italiano aveva richiamato in patria il proprio ambasciatore al Cairo, interrompendo in questo modo tutti i rapporti diplomatici con l’Egitto.

Il giorno precedente all’arrivo del nuovo ambasciatore italiano al Cairo, martedì 12 settembre, l’avvocato, Ibrahim Metwally Hegazy, che aveva fornito assistenza legale alla famiglia di Regeni, era stato arrestato dalle autorità egiziane mentre stava per lasciare il Paese.

Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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EGITTO-ITALIA: IL GRANDE IMBARAZZO

Pubblicato il 7 settembre 2017 alle 9:07 in Africa Egitto

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L’Egitto e l’Italia hanno deciso di riallacciare le relazioni diplomatiche, interrotte nell’aprile 2016, in seguito all’uccisione del ricercatore italiano, Giulio Regeni, avvenuta al Cairo il 25 gennaio dello stesso anno.

L’ambasciatore italiano in Egitto e l’ambasciatore egiziano in Italia inizieranno nuovamente i loro mandati a partire dal 14 settembre. La notizia è stata annunciata dal ministro degli esteri, Angelino Alfano, secondo cui la ripresa dei rapporti contribuirà a scoprire la verità sulla morte di Regeni. “L’Egitto è un partner fondamentale per l’Italia, non è possibile che i nostri Paesi non continuino a portare avanti il dialogo diplomatico”, ha spiegato Alfano, il quale sostiene che il Cairo sia un partner importante per stabilizzare la Libia.

Giulio Regeni

Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

Regeni era un ricercatore italiano della Cambridge University che si trovava in Egitto per fare uno studio sui sindacati. Dopo essere scomparso il 25 gennaio, il corpo privo di vita è stato ritrovato il 3 febbraio, vicino al Cairo, in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria. L’autopsia ha rivelato che il ragazzo venne torturato prima di essere ucciso. Da allora, sono in corso indagini per capire chi siano stati i responsabili del suo assassinio. Inizialmente, era stata incolpata una banda criminale locale specializzata in rapimenti di stranieri, i cui membri furono uccisi dalla polizia egiziana. In seguito, le forze di sicurezza locali riferirono di aver trattenuto Regeni il giorno in cui sparì. Da più di un anno, sui media italiani e americani avanzano il sospetto secondo cui i responsabili dell’assassinio sarebbero i servizi segreti egiziani.

Il giorno successivo alla decisione italiana di rinviare il proprio ambasciatore al Cairo, Human Rights Watch ha pubblicato un report di 63 pagine in cui denuncia l’utilizzo sistematico delle torture e della violenza da parte del regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi nei confronti dei detenuti, azioni che secondo l’organizzazione umanitaria possono essere considerate crimini contro l’umanità. Nel documento si legge che, per cercare di raggiungere la stabilità generale, al-Sisi ha autorizzato la polizia e gli ufficiali di sicurezza nazionale a effettuare arresti e torture di massa, al fine di rendere il Paese più stabile. La maggior parte degli incarcerati in Egitto sono simpatizzanti del gruppo islamista della Fratellanza Musulmana,che governò l’Egitto dal 2011 al 2013, sotto la guida dell’ex presidente democraticamente eletto Mohammed Morsi, rovesciato dal colpo di Stato militare del 3 luglio del 2013. Da allora, il regime di al-Sisi ha arrestato 60,000 persone, centinaia delle quali sono sparite o sono state condannate a morte.

Secondo le indagini di Human Rights Watch, le forze di sicurezza effettuano torture sistematiche per estorcere confessioni, o semplicemente per punire i detenuti. Il Ministro dell’Interno egiziano ha sempre negato tali accuse, tuttavia, il quotidiano The New Arab sostiene che il regime abbia fatto oscurare numerosi siti di attivisti che denunciavano tali azioni.

In linea con il pensiero di Human Rights Watch, il 25 agosto, l’amministrazione Trump ha deciso di imporre restrizioni a un pacchetto di aiuti dal valore di 96 milioni di dollari destinati all’Egitto e di rinviare l’erogazione di un altro finanziamento militare da 195 milioni di dollari previsti per il Cairo, accusando le autorità egiziane di aver commesso violazioni dei diritti umani.

Sofia Cecinini

di Redazione

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Informazione come manipolazione

Pubblicato il 30 luglio 2017 alle 2:57 in Il commento

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Nemo intero 1

Il sito d’informazione The New Arab è uno dei più interessanti sul mondo arabo. Come ogni sito che si rispetti, ha le proprie simpatie politiche ed è importante conoscerle per assumere un atteggiamento più critico e consapevole verso il mondo dell’informazione araba.

Al-Arabiya ha sede nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, ma è di proprietà saudita. I suoi articoli rappresentano sempre il punto di vista dei regnanti sauditi, contro cui i giornalisti di Al-Arabiya non si permettono di sollevare la benché minima critica giacché l’Arabia Saudita non è un paese libero. Le critiche contro i regnanti vengono duramente punite. I regnanti sauditi non tollerano di essere criticati e non tollerano nemmeno la libertà di informazione, se questa mette in luce i loro limiti. A conferma di ciò, hanno chiesto al Qatar di chiudere l’emittente al-Jazeera, accusata di non essere schierata dalla loro parte. Ovviamente, i governanti sauditi hanno oscurato al-Jazeera nel loro regno.

L’emittente al Jazeera, invece, è schierata in difesa del governo del Qatar. La sua sede si trova proprio a Doha, capitale di quel regno piccolo e ricchissimo. Al lettore comune è difficile riconoscere la faziosità di queste emittenti perché i giornalisti di al Arabiya o di al Jazeera sono di alto o altissimo livello. Come tali, hanno tutti gli strumenti culturali per trarre in inganno coloro che dispongono di un bagaglio culturale povero o, comunque, meno ricco del loro. Nel regno della politica, la cultura è come un’arma. Chi è più armato riesce a prevalere su chi lo è meno. Nel mondo dell’informazione, condurre una guerra culturale significa spingere i lettori o i telespettatori verso la propria parte politica, senza che il pubblico se ne accorga. Molte persone si ritrovano a disprezzare il Qatar, l’Arabia Saudita o l’Iran senza sottoporre al vaglio della ragione la causa da cui scaturisce il disprezzo. “L’Iran è intrinsecamente malvagio”, tuonerebbe un sostenitore di Trump. I lettori più “armati”, invece, chiedono ai Paesi accusatori di esibire le prove della malvagità dei Paesi nemici. Per un lettore, con molte armi culturali, la malvagità di un Paese straniero resta presunta fino a quando non è dimostrata da prove certe. I lettori più maturi amano i siti di informazione liberi perché vogliono ascoltare sia le ragioni dell’Iran sia quelle degli Stati Uniti.

Veniamo ora alle tendenze politiche del sito di The New Arab. Il sito si  descrive come una fonte libera e imparziale, proprio come fanno al Jazeera e al Arabiya. Eppure, leggendo gli articoli attraverso un filtro sociologico, appare evidente che The New Arab è schierato in difesa del Qatar. La tecnica che utilizza è raffinata e richiede l’intervento degli studiosi per essere svelata. Anziché scrivere articoli apologetici verso il Qatar, The New Arab attacca i Paesi che sono in cattivi rapporti con il Qatar. In questo modo, il lettore comune, che non ha una visione chiara delle relazioni politiche tra gli Stati del Medio Oriente, non riesce a comprendere le simpatie politiche del sito che sta leggendo. Ieri, The New Arab ha pubblicato un articolo di forte denuncia contro la polizia egiziana, accusata di utilizzare la tortura contro i cittadini egiziani e stranieri in modo brutale. Anche alla luce del caso Regeni, la denuncia di The New Arab è giusta e condivisibile, tant’è vero che Sicurezza internazionale l’ha rilanciata. Tuttavia, è importante sapere che il presidente dell’Egitto è tra coloro che stanno guidando l’attacco diplomatico contro il Qatar. Ecco svelato il trucco: l’Egitto attacca il Qatar, ma il sito The New Arab, anziché difendere apertamente il Qatar, attacca continuamente il presidente dell’Egitto senza dargli la possibilità di replicare.
La differenza tra una società chiusa e una società aperta è che la prima fa informazione mentre la seconda può fare informazione sull’informazione. Non sempre lo fa, ma almeno può farlo.

In conclusione, al-Jazeera, al-Arabiya e The New Arab sono siti di informazione molto importanti. Chiunque si occupi di Medio Oriente è tenuto a leggerli. L’importante è leggere in modo critico e consapevole.

di Alessandro Orsini

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L’Egitto delle torture

Pubblicato il 28 luglio 2017 alle 16:47 in Africa Egitto

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La polizia egiziana è spesso al centro di accuse molto gravi per il ricorso alla tortura contro i propri concittadini e quelli stranieri. Al caso di Giulio Regeni, si aggiunge oggi, tra numerosi, quello di un adolescente egiziano il cui corpo è stato trovato con segni di torture estreme.

La stampa indipendente e le organizzazioni umanitarie puntano il dito contro la polizia egiziana. Tharwat Sameh è il nome del 19enne trovato senza vita in una strada della città di Fayyum, a sud del Cairo, lunedì 24 luglio, due giorni dopo essere stato arrestato dalla polizia. Le foto del corpo di Sameh mostrano lividi estesi, segni di bruciatura e altri segni che inducono a ritenere che sia stato frustato. Le immagini sono state condivise sui social media sotto l’hashtag #Tharwat_Sameh che ha creato una mobilitazione in favore di risposte da parte delle aurotità. Sameh, un membro della minoranza cristiana copta, era stato trattenuto, sabato 22 luglio, dalla polizia locale per essere interrogato. La scoperta del corpo di Sameh giunge poco dopo la morte del 43enne Gamal Aweida, che era stato arrestato il 17 luglio. La famiglia di Aweida è stata informata della sua morte quindici ore dopo che il loro caro era stato preso in custodia. Nessuno ha chiarito le ragioni per cui i due uomini sono stati arrestati.

Amnesty International ha condotto l’affondo più duro, accusando la polizia egiziana di avere fatto ricorso in modo massiccio alla tortura. Queste sono le parole testuali che si trovano nel comunicato di Amnesty International: “L’evidenza suggerisce chiaramente che Gamal Aweida è stato torturato fino alla morte dalla polizia egiziana”. Il sito The New Arab, specializzato in notizie sul mondo arabo, associa le morti di Tharwat Sameh e di Gamal Aweida a quella di Giulio Regeni, il cui corpo senza vita fu scoperto al Cairo 18 mesi fa. Anche il corpo di Regeni era pieno di segni di torture. A causa di ciò – ricorda il sito The New Arab – le relazioni diplomatiche tra Italia ed Egitto sono state attraversate da tensioni non ancora sopite.

Striscione per la morte di Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

Striscione per la morte di Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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Egitto: 5 soldati uccisi nel Sinai

Pubblicato il 24 gennaio 2017 alle 9:09 in Africa Egitto

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Almeno 5 soldati sono stati uccisi da uomini armati non identificati nella penisola del Sinai, in Egitto.

In un comunicato emesso ieri dall’esercito si legge che “le forze armate piangono con grande tristezza e dolore i cinque martiri uccisi nel Sinai da individui fondamentalisti, nemici della nazione e della religione”. Il documento non rivela ulteriori dettagli sulla location e sulle circostanze in cui si è verificato l’attacco, il quale dovrebbe essere avvenuto la notte di domenica. Al momento, nessun gruppo terroristico ha rivendicato l’azione.

L’esercito e la polizia egiziana stanno combattendo ormai da tre anni contro movimenti armati che operano nella penisola del Sinai. Dal rovesciamento da parte dei militari, nel luglio 2013, del presidente Muhamed Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana, centinaia di poliziotti e agenti sono stati uccisi dalla furia dei fondamentalisti. Solo pochi giorni fa, un’autobomba si è scagliata contro un check-point della polizia a Naqb, nella provincia di New Valley, uccidendo 8 ufficiali.

La penisola del Sinai, al confine con la Striscia di Gaza palestinese, è stata teatro di diversi attacchi da parte dell’ISIS, il quale, tra il 2012 e il 2015, ha compiuto più di 400 attentati.

Intanto, ahram online riporta che, oggi, il ministro degli affari esteri egiziano Sameh Shoukry è atteso in Tunisia per incontrare il presidente Beji Caid Essebsi e la controparte tunisina, Khemaies Jhinaoui. I due leader discuteranno sulla crisi libica per cercare di proporre una soluzione politica alla situazione. La Tunisia vorrebbe coinvolgere il Generale Khalifa Haftar, sostenitore del Governo di Tobruk, al tavolo della discussione.

In seguito al permesso rilasciato dalle autorità egiziane agli investigatori italiani per analizzare alcuni filmati relativi a Giulio Regeni, la polizia italiana ha scoperto un video inedito. Nella clip si vede il 28enne italiano parlare con il capo del sindacato egiziano dei venditori ambulanti, Mohammed Abdallah, oggetto principale della tesi di dottorato di Regeni. Il filmato dovrebbe essere stato girato da una micro-camera nascosta in un bottone, dispositivo fornito dalla polizia egiziana a Abdallah per avere prove sulle attività dello studioso.

Sinai, Egitto. Fonte: Wikimedia Commons

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di Redazione

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L’Egitto prolunga partecipazione alle operazioni in Yemen

Pubblicato il 23 gennaio 2017 alle 9:10 in Africa Egitto

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Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha riferito che il Consiglio della Difesa Nazionale prolungherà la propria partecipazione alle operazioni della coalizione in Yemen.

“Il Consiglio della Difesa Nazionale, durante un meeting, ha deciso di estendere il coinvolgimento dell’esercito egiziano nelle operazioni esterne al paese per difendere la sicurezza dell’Egitto e dei paesi arabi nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nell’area dello stretto di Bab al-Mandeb”, ha dichiarato al-Sisi. Il suo comunicato non specifica l’esatta durata del prolungamento.

Al meeting, oltre al presidente egiziano e al ministro della difesa, hanno partecipato anche il ministro delle finanze, degli affari esteri e degli affari interni, i comandanti delle forze armate egiziane e infine i capi delle agenzie di intelligence. L’Egitto partecipa alla coalizione saudita che combatte i ribelli sciiti Houthi in Yemen dal marzo 2015.

Intanto, ieri, le autorità egiziane hanno comunicato di voler concedere agli investigatori italiani di esaminare i video relativi all’assassinio dello studente italiano Giulio Regeni. I filmati, registrati dalle telecamere di sicurezza nella stazione della metro centrale del Cairo, contengono le ultime immagini di Regeni prima della sua scomparsa. Il 28enne, dottorando all’università di Cambridge, è sparito il 25 gennaio 2016, nel giorno del quinto anniversario della rivoluzione del 2011 che portò al rovesciamento di Mubarak, e successivamente al governo dei Fratelli Musulmani. Il corpo dello studente è stato ritrovato nove giorni dopo sul ciglio della strada che dal Cairo porta a Alessandria, all’altezza di Giza. Le indagini sono state motivo di imbarazzo per le autorità egiziane dal momento che i servizi segreti locali sono stati accusati di essere coinvolti nell’omicidio.

Bandiera egiziana. Fonte: centerberita.com

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di Redazione

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