USA ritirano il personale diplomatico dall’Iraq

Pubblicato il 15 maggio 2019 alle 12:52 in Iraq USA e Canada

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Il Dipartimento di Stato americano ha ordinato a “tutto il personale non di emergenza del governo USA” di lasciare l’Iraq, mercoledì 15 maggio, a causa delle recenti tensioni con l’Iran nella regione. 

L’ordine è diretto principalmente all’ambasciata statunitense di Baghdad e al consolato della città settentrionale di Erbil. “I normali servizi che riguardano il rilascio di visti saranno temporaneamente sospesi”, ha riferito il Dipartimento di Stato USA. “Il governo statunitense ha un’abilità limitata nel fornire eventuali servizi di emergenza per i cittadini USA in Iraq”, ha aggiunto, per motivare la decisione. Le autorità avevano già avvertito i cittadini americani che non è sicuro per loro recarsi in Iraq. L’amministrazione USA dell’attuale presidente, Donald Trump, ha accusato l’Iran di supportare “attacchi imminenti” contro il personale statunitense che si trova nella regione e ha conseguentemente preso una serie di misure per rispondere a questa minaccia. Gli Stati Uniti hanno schierato la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nei mari del Medio Oriente, avvertendo l’Iran che “ogni attacco agli interessi degli Stati Uniti o ai suoi alleati sarà respinto con forza inesorabile”, secondo quanto dichiarato dal consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, John Bolton, il 6 maggio. Teheran, tuttavia, nega qualsiasi accusa e ha, a sua volta, dichiarato che Trump porta avanti una “guerra psicologica” contro la Repubblica Islamica. 

Il 7 maggio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha effettuato una visita non annunciata a Baghadad dove ha incontrato il primo ministro dell’Iraq, Adel Abdul Mahdi, per discutere la minaccia iraniana nella regione. Durante la visita, gli Stati Uniti hanno chiesto a Baghdad di assicurarsi che le milizie indipendenti del Paese, che operano sotto l’influenza dell’Iran, siano totalmente assoggettate al controllo del governo centrale. Secondo Pompeo, il Paese deve prendere provvedimenti per rafforzare la propria stabilità interna e l’indipendenza totale dalla Repubblica Islamica, per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico e le relative infrastrutture. Il rapporto tra USA e Iran è estremamente teso da quando gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015, l’8 maggio 2018. Di conseguenza, Washington ha reimposto una serie di misure punitive contro la Repubblica Islamica. 

Il mese di aprile aveva già visto una nuova escalation delle tensioni tra Washington e Teheran. Il 23 aprile, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz e il Ministero del Petrolio ha comunicato di essere pronto ad affrontare i nuovi attacchi americani. Ciò si riferiva alla decisione statunitense, annunciata il 22 aprile, di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, il ministro iraniano del Petrolio aveva riferito che i Paesi del Golfo sovrastimavano le loro capacità di produzione petrolifera. A complicare ulteriormente il quadro, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno subito una serie di attacchi contro mezzi navali e infrastrutture legate alla produzione di greggio nel Golfo Persico, nelle giornate del 13 e 14 maggio. L’Iran e le forze ribelli yemenite, gli Houthi, a loro volta sostenuti dalla Repubblica Islamica, sono i principali sospettati per questi assalti. Teheran ha, tuttavia, affermato di non essere coinvolta in nessun modo in tali eventi. La situazione sullo scacchiere internazionale, quindi, risulta particolarmente tesa. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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