Marina Militare italiana salva 40 migranti e scatena l’ira di Salvini

Pubblicato il 9 maggio 2019 alle 15:00 in Immigrazione Italia Libia

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Una nave della Marina Militare italiana ha recuperato 40 migranti al largo delle coste libiche. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha affermato che non permetterà alla nave l’accesso ai porti italiani. 

Secondo quanto ha riferito il ministro e vicepremier leghista, il salvataggio è avvenuto la mattina del 9 maggio all’interno della zona di ricerca e soccorso (sar) libica. “Io porti non ne do”, ha riferito Salvini. “Perché in acque libiche? Peraltro pattugliate dalla guardia costiera libica che ieri in pieno Ramadan ha soccorso salvato e portato indietro più di 200 immigrati”. Il vicepremier ha poi aggiunto: “O si lavora tutti nella stessa direzione o non può esserci un ministro dell’Interno che chiude i porti e qualcun altro che raccoglie i migranti. Bisogna chiarire alcune vicende all’interno del Governo”. La Marina Militare italiana fa capo al ministero della Difesa, guidato dal ministro Elisabetta Trenta. Gli eventi citati da Salvini si riferiscono ai 214 migranti riportati nel Paese dalla guardia costiera libica, l’8 maggio. Tale operazione è stata confermata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM). 

Il salvataggio della Marina Militare italiana arriva lo stesso giorno in cui l’’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNCHR) ha lanciato un nuovo appello per il salvataggio dei 3.460 migranti detenuti in Libia e che si trovano nei pressi dei violenti combattimenti per la conquista della capitale. Queste persone sono uomini, donne e bambini che provengono da numerosi Paesi, da cui scappano per ragioni economiche o a causa di guerre e persecuzioni. La maggior parte di loro sono stati arbitrariamente detenuti dalle autorità libiche a seguito del loro tentativo di raggiungere l’Europa, sfruttati dai trafficanti di esseri umani. Già prima dell’offensiva contro Tripoli, iniziata il 4 aprile, le condizioni di vita di queste persone erano considerate inaccettabili e disumane dall’IOM, che ha sempre chiesto soluzioni alternative alla detenzione sistematica dei migranti effettuata dalle autorità libiche. Inoltre, nelle prime ore dell’8 maggio un bombardamento contro un accampamento delle forze fedeli al governo di Tripoli ha colpito il tetto di un centro di detenzione per migranti che si trova nei pressi della capitale , nella periferia orientale di Tagiura. Due persone sono rimaste ferite nell’attacco, ma non sono state riportate vittime.

La struttura danneggiata dall’assalto ospitava 500 persone, secondo quanto ha comunicato l’UNCHR. “Abbiamo quasi perso le speranze per la nostra vita”, ha riferito un migrante del centro di detenzione colpito. “La guerra qui è troppo. Per favore, abbiamo bisogno di aiuto”, ha aggiunto l’uomo, che ha preferito rimanere anonimo. La situazione in Libia è instabile dal 2011, anno di grandi proteste e dell’intervento militare che ha portato al rovesciamento di Gheddafi. La condizione del Paese è andata peggiorando progressivamente negli anni. Il 4 aprile del 2019 Haftar ha lanciato un assalto contro Tripoli, sfidando le Nazioni Unite e la comunità internazionale, che erano impegnati nella promozione di una transizione politica in Libia. Nell’ultimo mese, il Paese è precipitato nel caos totale, con i quartieri meridionali della capitale trasformati in campi di battaglia. I combattimenti a Tripoli hanno causato la morte di 443 persone e il ferimento di altre 2.110. Circa 60.000 individui sono stati costretti a fuggire dalle loro case, secondo le ultime stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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