Perché il Venezuela conta tanto e la Libia poco

Pubblicato il 8 maggio 2019 alle 14:33 in Il commento Venezuela

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Trump e Putin hanno parlato al telefono degli scontri a Caracas, dove Maduro, presidente in carica, si contrappone a Guaidò, presidente autoproclamato. Dal momento che gli Stati Uniti non hanno mai smesso di minacciare un intervento militare, Putin ha inviato i propri soldati in sostegno di Maduro per chiarire che, se guerra civile sarà, lo sarà per sempre, come in Siria. Si sta così creando un incastro mortale per il popolo venezuelano. Un “incastro mortale” è una crisi istituzionale che potrebbe essere risolta in pochi minuti, ma che si protrae per anni a causa dell’intreccio dei poteri internazionali. Maduro potrebbe facilmente chiudere la crisi istituzionale schiacciando Guaidò, ma non può, perché Guaidò è protetto da Trump; dal canto suo, Trump potrebbe facilmente schiacciare Maduro, ma non può, perché Maduro è protetto da Putin. Nonostante Trump abbia descritto la telefonata con Putin in termini molto positivi, l’impressione è che la Russia stia restituendo agli Stati Uniti il torto subito in Siria. L’impressione diventa certezza quando a pronunciarsi è John Bolton, il massimo consigliere di Trump sulla sicurezza, il quale ha detto testualmente che: “Il Venezuela fa parte del nostro emisfero, dove la Russia non dovrebbe interferire”. Nonostante la guerra fredda sia finita, il funzionamento del mondo segue il suo andamento secolare determinato dalle grandi potenze. Non conta ciò che ucraini, venezuelani, siriani o libici vogliono; conta ciò che Stati Uniti e Russia decidono per loro, in base ai rispettivi emisferi d’influenza. Sono loro a decidere, salvo incastri mortali. Una volta scoppiata la guerra civile in Siria nel 2011, Obama finanziò i ribelli siriani per rovesciare Bassar al Assad e sostituirlo con un presidente filo-americano. Il problema è che Assad è un uomo di Putin, il quale ha sempre descritto l’intervento americano in Siria come un torto nei confronti della Russia. Il ragionamento di Putin, nel 2011, è identico a quello di Bolton oggi: “La Siria è sotto l’influenza della Russia, dove gli americani non dovrebbero interferire”. Ne consegue che il dibattito infuocato per stabilire chi sia più “giusto” o più “buono” tra Stati Uniti e Russia non ha senso giacché russi e americani fanno le stesse cose. Dal loro punto di vista, non conta se un regime sia liberale oppure una dittatura: conta che sia un regime amico. Putin potrebbe difendere una democrazia liberale, purché alleata della Russia, e Trump potrebbe difendere una dittatura, purché filo-americana. La notizia positiva è che i rapporti di Putin con Obama erano cattivi, mentre quelli con Trump sono buoni. I due trovano più conveniente incontrarsi che scontrarsi. Il Venezuela è stato il principale argomento di conversazione tra loro non perché sia il problema più urgente e drammatico del mondo – in Venezuela, per nostra grande fortuna, non è in corso una guerra civile – ma perché è il più importante per i loro interessi ed è per questo motivo che entrambi vogliono evitare di incastrarsi mortalmente. Uno dei problemi più urgenti e drammatici del mondo è, invece, rappresentato dalla Libia, dove la guerra civile prosegue impetuosa, senza essere tra le preoccupazioni di Trump e Putin. Eppure, mentre conversavano, a Tripoli infuriavano i combattimenti. L’attacco lanciato da Haftar, il 4 aprile, è entrato ormai nella sua quinta settimana. Haftar ha piazzato in prima linea nuove truppe e nuove armi pesanti, proprio questa settimana. A Tripoli stazionano carri armati e cannoni d’artiglieria. Da Ginevra, le Nazioni Unite hanno confermato che più di 48,500 persone hanno abbandonato le proprie case a Tripoli per rifugiarsi in zone più sicure. Andrebbe chiarito che la Libia rischia un’escalation talmente grave da avviare a una guerra regionale con l’intervento diretto di eserciti stranieri, il che sarebbe la peggiore sciagura per il governo di Giuseppe Conte e l’Italia in generale. Haftar prosegue l’assedio perché riceve armi e denaro da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Serraj, il capo del governo di Tripoli appoggiato dall’Italia, si rende conto che non potrà sopravvivere a lungo. Dal momento che l’Italia non può inviare armi ai Paesi in guerra, per via della legge numero 185 del 9 luglio 1990, Serraj, stando a quanto ha dichiarato un suo portavoce, si sta rivolgendo alla Turchia per ottenere quel sostegno militare che non sta ricevendo da nessuno.

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Articolo apparso sul Messaggero. Per gentile concessione del direttore

di Alessandro Orsini

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