ONG contro Parigi: no al supporto alla guardia costiera libica

Pubblicato il 25 aprile 2019 alle 19:01 in Francia Immigrazione Libia

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Otto ONG internazionali, tra cui Amnesty International e Medici Senza Frontiere, hanno chiesto alla Francia di sospendere la donazione di imbarcazioni alla guardia costiera libica, date le preoccupazioni che queste siano poi utilizzate per riportare altri migranti in Libia. 

Il ministro della Difesa francese, Francoise Parly, a febbraio del 2018 aveva acconsentito a donare 6 barche alla marina libica, sotto la quale è operativa la guardia costiera. Tale gesto voleva supportare “la lotta contro l’immigrazione clandestina”, secondo le parole del Ministro. Tuttavia, oggi, tale donazione risulta estremamente controversa, alla luce dell’attuale situazione in Libia. La richiesta è stata presentata seguendo una procedura legale presso il tribunale amministrativo di Parigi, la mattina di giovedì 25 aprile. Le organizzazioni richiedono “la sospensione della decisione” fino a quando il tribunale si pronuncerà sul fatto che la donazione sia legale o no. Il tribunale ha 48 ore per prendere una decisione. 

Le organizzazioni a sostegno dei diritti umani hanno chiesto alla Francia di non effettuare tale donazione, poiché le imbarcazioni sarebbero utilizzate per bloccare le barche dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa, costringendo i malcapitati a bordo a tornare nell’inferno di una Libia devastata dalla guerra. Le ONG credono che costringere le persone a tornare in Libia li esporrebbe a “gravi violazioni dei diritti umani”. Massimo Moratti, direttore regionale per la ricerca di Amnesty International, ha affermato che l’impegno a fornire imbarcazioni alla guardia costiera libica è “una decisione illegale e irresponsabile”. Ha poi aggiunto che oggi tale misura risulta ancora più pericolosa, vista l’offensiva del generale Haftar contro Tripoli, dove numerosi civili sono intrappolati e privi di assistenza. “Farlo ora, mentre il conflitto armato in Libia si intensifica, è ancora più insensibile e irresponsabile”, ha dichiarato Moratti, avvertendo che la donazione avrebbe reso la Francia “complice” degli abusi che si consumano nel Paese ai danni dei migranti. 

Anche le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme che riguarda i migranti intrappolati in Libia. Le loro condizioni erano definite “raccapriccianti” già prima dell’assalto contro Tripoli, iniziato il 4 aprile. Oggi, circa 1.100 rifugiati e migranti, la maggior parte imprigionati nel Gharyan Detention Center (GDC), sono ad alto rischio e altri 3.600, detenuti in altre zone alla periferia della capitale, potrebbero trovarsi nella stessa situazione, se il conflitto continuasse. “La situazione in questi centri di detenzione è sempre più disperata, le guardie abbandonano le loro postazioni e lasciano le persone intrappolate”, hanno riferito le Nazioni Unite, il 23 aprile. Fonti locali hanno riportato che il GDC è stato senza acqua potabile per giorni.

Gli uomini, donne e bambini detenuti in Libia provengono da numerosi Paesi, da cui scappano per ragioni economiche o a causa di guerre e persecuzioni. La maggior parte di questi sono stati arbitrariamente imprigionati dalle autorità costiere libiche a seguito del loro tentativo di raggiungere l’Europa, sfruttati dai trafficanti di esseri umani. Già prima dell’offensiva contro Tripoli, le condizioni di vita di queste persone erano considerate inaccettabili e disumane dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), che chiede da anni soluzioni alternative alla detenzione sistematica dei migranti. 

L’attuale situazione in Libia è la conseguenza di una generalizzata instabilità che è iniziata a seguito della deposizione del dittatore Muammar Gheddafi, attraverso un intervento NATO capeggiato da Stati Uniti e Francia, nell’ottobre 2011. La Libia oggi è un Paese frammentato e scosso dalle violenze. Il potere politico è diviso tra due governi rivali. Il primo, creato dall’ONU, con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e con sede a Tripoli. Questo è sostenuto dalle Nazioni Unite, Italia, Turchia, Qatar e Sudan. Il secondo, con sede a Tobruk, è appoggiato da Russia, Egitto, Francia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ad oggi, i combattimenti a Tripoli hanno causato la morte di almeno 272 persone e il ferimento di 1228, secondo le cifre aggiornate dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Tra queste vittime vi sono almeno 21 civili e numerosi operatori sanitari. Il numero di feriti di aggira intorno ai 13.000 e gli sfollati interni sono ormai 32.000.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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