E se la Cina invadesse Taiwan?

Pubblicato il 20 aprile 2019 alle 11:47 in Asia Taiwan

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Il presidente della Cina, Xi Jinping, ha spesso affermato la sua volontà di unificare, anche politicamente, l’isola di Taiwan con il resto del continente. Durante le due sessioni dello scorso marzo, gli incontri più importanti dell’anno in cui si riuniscono l’Assemblea Generale del Popolo Cinese e la Conferenza Politica Consultiva del Popolo, il presidente Xi Jinping ha proposto di allargare all’isola di Taiwan il principio “un Paese, due sistemi” attualmente in atto ad Hong Kong e per farlo non ha mai apertamente scartato l’ipotesi di una manovra militare.

L’isola di Taiwan gode di una indipendenza di fatto e di un governo con un presidente eletto dal popolo dal 1949, quando i membri del Partito Nazionalista – Guomindang – alla fine della guerra civile cinese con i comunisti di Mao Zedong lasciarono il Continente per spostarsi sull’isola di Taiwan, dove hanno portato avanti il progetto della prima repubblica cinese, la Repubblica di Cina, istituita formalmente a Pechino nel 1911, al crollo dell’impero. Da allora, la Cina considera Taiwan come una provincia ribelle, che necessita di essere riportata all’ordine e sotto l’influenza di Pechino con le maniere forti, e non le accorda diritto a essere riconosciuta internazionalmente come entità politica separata basando le sue relazioni diplomatiche con gli altri Paesi sul principio “una Sola Cina”, ovvero qualsiasi Stato istituisca rapporti con la Repubblica Popolare Cinese non può averne con Taiwan.

Nel suo discorso sulla “questione taiwanese”, il presidente Xi Jinping ha ipotizzato l’applicazione all’isola del principio “un Paese, due sistemi” che vige ad Hong Kong e Macao da quando le due isole ex colonie europee – rispettivamente britannica e portoghese – sono tornate sotto il controllo diretto di Pechino, seppure con diverse concessioni che permettono loro di mantenere alcune delle libertà democratiche a cui avevano accesso prima, con un sistema, appunto diverso da quello della Cina comunista. Secondo Xi Jinping, la via di “un Paese, due sistemi” sarebbe l’unica possibile per “sistemare la realtà taiwanese e salvaguardare gli interessi e i benefit dei taiwanesi”. Per tutta risposta, la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, ha dichiarato che l’isola “non accetterà mai” un quadro politico come quello di “un Paese, due sistemi” proposto da Xi Jinping, soprattutto di fronte alle difficoltà e alla continua ingerenza di Pechino negli affari interni di Hong Kong degli ultimi anni. Il modello di Hong Kong ha portato l’isola a una sempre maggiore perdita di libertà, di stato di diritto e diritti umani, ha affermato Tsai Ing-wen.

Di fronte a posizioni così diverse tra Pechino e Taipei, The Diplomat analizza la possibilità che si arrivi al conflitto armato e che il governo guidato da Xi Jinping decida di usare la forza per invadere l’isola, nonostante questa goda di una sorta di protezione, non ufficiale, da parte degli Stati Uniti che la riforniscono anche di armamenti.

L’invasione sarebbe possibile, secondo l’analisi della rivista specializzata sulla politica estera asiatica, alla fine del 2019. L’attacco cinese dovrebbe iniziare con una invasione aerea che comporterebbe danni ingenti sia all’aviazione della Cina continentale che a quella dell’isola di Taiwan, quest’ultima soffrirebbe soprattutto un’inferiorità in termini di sistemi di allerta rapida. L’ipotesi di invasione propone una seconda fase caratterizzata dall’utilizzo della potenza missilistica cinese e dal ricorso a mezzi anfibi per portare a termine almeno due sbarchi sulle coste di Taiwan nel corso della prima settimana. In termini di dotazioni missilistiche dell’Armata Popolare di Liberazione, l’esercito di Pechino, è difficile definire con precisione il numero di missili e la loro tipologia specifica, ma le stime riportate da The Diplomat sono di circa mille missili in grado di agganciare obiettivi a distanza dai 300 ai 700 chilometri e 100 missili con un raggio che varia dai 1500 ai 1700 chilometri. Si tratterebbe di diverse tipi di missili simili ai Tomahawk capaci di effettuare colpi di precisione, essere guidati a distanza o via satellite e in grado di avere come target edifici e basi.

Gli obiettivi primari di un tale attacco missilistico sarebbero i sistemi di difesa dell’esercito taiwanese con posizioni fisse come i radar di allerta rapida e le piattaforme per il lancio missilistico situate nel nord dell’isola. Il secondo obiettivo sarebbero le basi dell’aviazione di Taiwan e quelle delle forze terrestri.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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