I fatti più importanti della crisi in Sudan

Pubblicato il 20 aprile 2019 alle 6:01 in Approfondimenti Sudan

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Il Sudan continua ad essere scosso dalle proteste, nonostante l’arresto del presidente Omar al-Bashir. I cittadini chiedono che la giunta militare, al potere dal’11 aprile, si dimetta per consentire la formazione di un governo civile. Il timore della popolazione è che il Paese continui a essere sottoposto ad una tirannia e che il terremoto politico non porti alla fine ad una transizione democratica. Le reazioni internazionali sono state varie: Stati Uniti ed Europa esortano la giunta militare a lasciare il potere, mentre la Russia ed altri Paesi mediorientali appoggiano i generali golpisti.

Per avere un’idea più chiara della dinamica in corso occorre ricostruire la situazione interna e le alleanze del Sudan.

Dagli anni ’90, il Sudan è governato da un regime definito corrotto da diversi gruppi umanitari, tra cui Amnesty International, che lo accusano di portare avanti pratiche brutali contro i propri cittadini. Omar al-Bashir è salito alla guida del Paese nel giugno 1989, concentrando gradualmente tutto il potere nella capitale Karthoum. Le aree circostanti sono state marginalizzate ed è stata attuata una violenta repressione contro i residenti non musulmani, soprattutto nella regione del Darfur e nel Sud del Paese. Il conflitto nel Darfur è scoppiato il 26 febbraio 2003, quando diversi gruppi di ribelli etnici africani presero le armi contro il governo arabo locale, accusandolo di apartheid. Ad oggi, le autorità di Khartoum ritengono che il conflitto nel Darfur sia ormai concluso, anche se la missione ibrida delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana in tale regione (UNAMID) è ancora operativa. Secondo le stime delle Nazioni Unite, più di 300.000 persone sono morte a causa del conflitto e circa 2.5 milioni sono gli sfollati. Da parte sua, al-Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio, ha sempre respinto le accuse.

Oltre che dalla guerra, l’economia del Sudan è stata messa in ginocchio nel corso degli anni da due fattori. Il primo sono state le sanzioni americane, imposte il 3 novembre 1997 dall’allora presidente Bill Clinton, per il supporto al terrorismo internazionale, i continui tentativi di destabilizzazione dei governi vicini e le violazioni dei diritti umani, inclusa la pratica dello schiavismo e la negazione della libertà religiosa. In particolare, il regime di Khartoum venne accusato dagli USA di aver ospitato l’ex leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden, dal 1992 al 1996. Il secondo fattore che ha contribuito a indebolire l’economia sudanese è stata la perdita di circa il 75-80% delle riserve di petrolio in seguito alla separazione dal Sud Sudan, nel 2011.

Le sanzioni americane, in particolare, comportarono un embargo sul commercio, insieme al congelamento di tutti i beni del governo locale, al fine di raggiungere un cambio di regime che desse il via ad una transizione democratica. Sotto l’amministrazione Obama, le relazioni tra Sudan e Stati Uniti sono migliorate e, nel 2015, dopo una serie di colloqui con gli ufficiali sudanesi, l’ex presidente americano propose una nuova roadmap per la normalizzazione dei rapporti e la sospensione delle sanzioni, che è poi stata rimandata fino a quando Trump, il 12 ottobre 2017, ha ordinato la revoca di parte delle sanzioni, lasciando in vigore quelle relative al conflitto in Darfur, come riportato dal sito del Tesoro americano. Nell’occasione, Trump ha altresì eliminato il Paese africano dal bando anti-immigrati, emanato il 24 settembre 2017, che vietava ai sudanesi l’ingresso negli Stati Uniti, in quanto considerati una minaccia per la sicurezza nazionale. Khartoum, in cambio, ha allentato i rapporti diplomatici con la Corea del Nord

L’eliminazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti, tuttavia, non ha generato gli effetti sperati dalle autorità del Sudan, le quali prevedevano una ripresa dell’economia. Al contrario, la crisi è divenuta sempre più profonda, con l’inflazione che è cresciuta e i cittadini che sono divenuti più poveri. Nel corso dei mesi, gli ufficiali sudanesi hanno cominciato ad accusare Washington di non aver fatto abbastanza per spingere gli altri Paesi a riprendere gli affari con il Sudan. Ad avviso di molti, tuttavia, le sanzioni non sono state altro che una copertura usata da Khartoum per mascherare la propria responsabilità nella cattiva gestione dello Stato. Molti attivisti hanno spiegato che il governo del Sudan, finora, ha destinato soltanto il 10% del proprio bilancio alla sanità e all’educazione, causando la crisi economica con le proprie politiche dissennate.

Le manifestazioni sono scoppiate il 19 dicembre 2018 nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente le proteste hanno assunto una dimensione nazionale ed è stata chiesta a gran voce la fine del governo di al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza per la durata di un anno, che il Parlamento sudanese ha poi ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, guidato dall’Associazione dei Professionisti Sudanesi (SPA), è stato affiancato da diversi partiti politici, che hanno formato il gruppo “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni.

Quando l’11 aprile le forze armate sudanesi hanno rovesciato e arrestato al-Bashir, l’esercito ha annunciato un governo militare di transizione e ha nominato il generale Awad Ibn Auf presidente del Consiglio militare. Tuttavia, due giorni dopo, Auf, accusato di essere anch’egli un dittatore, ha presentato le dimissioni sull’onda delle proteste. Per cercare di sedare le tensioni, la giunta militare ha nominato al suo posto Abdel Fattah Al-Burhan, ex ispettore generale delle forze armate. Al-Burhan ha dichiarato che i militari rimarranno al potere per i prossimi 2 anni, il tempo necessario, a loro avviso, per compiere una transizione di potere e la formazione di un governo civile. 

Le reazioni internazionali sono state varie. Gli Stati Uniti, i cui rapporti con il Sudan sono migliorati sotto l’amministrazione Trump per l’eliminazione parziale delle sanzioni, hanno esortato alla moderazione, chiedendo alla giunta militare di lasciare più spazio civile nella formazione di un nuovo governo. Allo stesso modo, l’Unione Europea si è dichiarata a favore di una transizione rapida del potere nelle mani dei civili. A sostegno della giunta militare, invece, si sono schierati Russia, Egitto, Arabia Saudita, ed Emirati Arabi Uniti. L’Uganda ha offerto asilo politico ad al-Bashir che, nel frattempo, il 17 aprile è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Kobar, a Khartoum.

Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, in particolare, stanno cercando di impedire l’espansione della Fratellanza Musulmana sia all’interno dei propri territori, sia nella regione del Golfo Persico. Per tale ragione, hanno un forte interesse nel consolidamento del potere militare in Sudan, così da limitare l’influenza del movimento islamista sudanese, che è legato alla Fratellanza Musulmana. Al-Burhan, inoltre, è particolarmente legato a questi tre Paesi, in quanto ha guidato parte delle truppe del Sudan nella guerra civile in Yemen, dove l’Arabia Saudita bombarda i ribelli sciiti Houthi. La sua ascesa al potere, dunque, induce a pensare ad un allineamento della giunta militare che adesso governa il Sudan agli interessi dei tre Stati arabi, facendo ipotizzare un futuro rafforzamento delle relazioni.

La Turchia, che ha sempre intrattenuto un rapporto amichevole con il Sudan, merita un’attenzione particolare. In diverse occasioni, Erdogan ha definito al-Bashir “un fratello”, nonostante le accuse di genocidio rivoltegli dalla Corte Criminale Internazionale. Ad avviso del leader turco, il colpo di Stato militare dell’11 aprile è stato un’azione “contro la Turchia”. I media turchi hanno diffuso notizie secondo cui dietro l’avvento dei militari si celerebbero Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, i quali sono stati tra i Paesi che hanno espresso il proprio sostegno ai generali sudanesi. Fonti turche ritengono che tali Stati abbiano agito per servire gli interessi americani ed israeliani, alla luce dei crescenti legami tra Ankara e Khartoum e della maggiore influenza turca nel Corno d’Africa, dove la Turchia ha inaugurato una base militare in Somalia nel settembre 2017. Ankara sta altresì cercando di accrescere la propria presenza nel Mar Rosso attraverso la ricostruzione del porto sudanese sull’isola di Suakin, mossa poco gradita al regime saudita.

Una posizione neutrale è stata assunta invece dalla Cina, la quale ha sempre perseguito il principio di non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi. Pechino ha dichiarato di ritenere che il Sudan abbia la capacità di gestire la situazione per salvaguardare la pace e la propria stabilità. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lu Kang, ha precisato che la Cina è legata a Khartoum da una profonda amicizia e, indipendentemente dall’evoluzione degli eventi, continuerà a mantenere e rafforzare le relazioni con il Paese africano.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, occorre ricordare che è legata al Sudan dal processo di Khartoum, o EU-Horn of Africa Migration Route Initiative, lanciato nel novembre 2014. Si tratta di un forum inter-regionale tra 30 Paesi europei e 11 africani, soprattutto quelli del Corno d’Africa, per la gestione del fenomeno migratorio. L’obiettivo di tale piattaforma per la cooperazione è la lotta al traffico di esseri umani e lo sviluppo dei Paesi di origine dei flussi migratori, al fine di creare strategie comuni di contrasto alle reti criminali. Per finanziare il processo di Khartoum, nel 2015, l’UE ha creato il Fondo Fiduciario di emergenza per l’Africa (EUTF), stabilendo di destinare 4,1 miliardi di euro, di cui 3,7 provenienti dal Fondo europeo di sviluppo. Secondo un rapporto del febbraio 2019, il Sudan ha ricevuto fondi del valore di 173,5 milioni di euro, suddivisi in 19 programmi di sviluppo, per aumentare la cooperazione.

L’Italia, nell’ambito del processo di Khartoum, il 3 agosto 2016, ha concluso un memorandum di intesa con il Sudan. Per la precisione, il documento è stato firmato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno italiano e dalla polizia nazionale del Ministero dell’Interno sudanese per la lotta alla criminalità, la gestione delle frontiere e dei flussi migratori e per regolare i rimpatri. Al momento, non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali sulla situazione in corso in Sudan dalle autorità italiane. Secondo le stime del Ministero degli Esteri, dal 2000 a oggi, l’Italia ha donato al Sudan circa 140 milioni di euro.

Con l’annuncio da parte dei leader delle proteste di formare un governo civile per spodestare la giunta militare al potere, il clima si sta facendo sempre più teso. Tale annuncio è stato effettuato il 19 aprile dall’Associazione dei Professionisti Sudanesi attraverso un comunicato, in cui si legge che, alle 17:00 del 21 aprile, verrà nominato un Consiglio civile. Se non verrà raggiunto un accordo sulla gestione della transizione del potere, il Sudan rischia di scivolare in un caos simile alla Libia, dove è in corso un conflitto armato tra le forze dei due governi rivali, quello di Tripoli e quello di Tobruk, che sono a loro volta appoggiati da diversi schieramenti di Paesi. Da una parte Tripoli è sostenuto da Italia, Turchia e Qatar mentre, dall’altra, Tobruk è sostenuto da Russia, Egitto, Francia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Dal momento che il Cairo, Riad e Abu Dhabi forniscono armi e finanziamenti alle forze di Tobruk, queste ultime si sono rivelate militarmente superiori a quelle di Tripoli. Se tali Paesi decidessero di fornire lo stesso sostegno alla giunta militare in Sudan, diventerebbe molto difficile per i movimenti di protesta riuscire ad affrontare la repressione. Tuttavia, è necessario osservare che in Libia c’è un grande assente che, invece, è presente in Sudan, ovvero gli Stati Uniti. Washington, che ha interesse nella stabilità del Sudan, mira ad una transizione di potere pacifica e veloce, per la creazione di un governo democratico.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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