L’Egitto e il terrorismo

Pubblicato il 18 aprile 2019 alle 6:01 in Approfondimenti Egitto

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Il Global Terrorism Index 2018 ha inserito l’Egitto al nono posto tra i Paesi con il più alto tasso di terrorismo al mondo, con un punteggio di 7,3 su 10. Le attività terroristiche in Egitto, oltre a causare un alto numero di morti, hanno un impatto negativo sull’economia e sul turismo del Paese tanto che, il 20 febbraio, le autorità egiziane hanno annunciato di voler costruire un muro di 6 metri intorno alla città di Sharm el-Sheikh, nota località turistica situata nella regione del Sinai, per proteggere i turisti dalle crescenti minacce terroristiche. Tale mossa, tuttavia, è stata ritenuta da molti controproducente e non necessaria.

La penisola del Sinai, in particolare, è l’area dell’Egitto che è maggiormente colpita dalle azioni terroristiche, le quali sono dirette soprattutto nei confronti delle forze di sicurezza e delle minoranze religiose, come i cristiani copti. Le tecniche più utilizzate dai terroristi sono le autobombe, i rapimenti, il posizionamento di ordigni esplosivi e assassinii mirati. 

In Egitto, due gruppi terroristici affiliati allo Stato Islamico, quali ISIL-Sinai Province (ISIL SP) e l’Islamic State Egypt (IS Egypt), rappresentato la minaccia maggiore alla sicurezza. Nel Paese sono presenti anche gruppi armati anti-regime, tra cui le organizzazioni Liwa al-Thawra e Hakarat Sawa’a Misr (HASM), le quali rivendicato saltuariamente attentati. La Revolutionary Punishment e la Popular Resistance, altri due gruppi anti-regime, sono stati meno attivi negli ultimi anni rispetto ai precedenti.

A tali organizzazioni terroristiche, ne vanno aggiunte altre tre. La prima è la Fratellanza Musulmana, il movimento islamista più antico del Paese, fondato nel 1928 e bandito nel 2013 in seguito al rovesciamento dell’allora presidente Mohammed Morsi, dall’attuale leader egiziano Abdel Fattah al-Sisi. La seconda è Hamas, organizzazione politica e paramilitare palestinese legata alla Fratellanza Musulmana le cui attività sono state bandite da una corte egiziana nel marzo 2014. Nell’agosto 2015, le forze di sicurezza egiziane hanno iniziato a distruggere i suoi tunnel sotterranei, mantenendo chiusi, salvo rare eccezioni, i confini con Gaza. La terza organizzazione è Hasm, gruppo militante emerso nella metà del 2016, accusato di essere un’ala violenta della Fratellanza Musulmana, nonostante questa continui a negare qualsiasi accostamento. I militanti di Hasm accusano il governo egiziano di aver arrestato migliaia di persone innocenti e vorrebbero porre fine “all’occupazione militare delle milizie di al-Sisi”.

Da quando un golpe ha rovesciato, il 3 luglio 2013, l’ex presidente islamista Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, centinaia di soldati e poliziotti sono morti in attacchi da parte di gruppi estremisti. Morsi era stato democraticamente eletto nel giugno 2012 ma, in seguito a numerose proteste popolari contro il suo governo, era stato rovesciato e messo sotto accusa insieme ad altri esponenti dei Fratelli Musulmani. La successiva ascesa al potere di al-Sisi, l’8 giugno 2014, ha scatenato le insorgenze dei jihadisti nella regione settentrionale della penisola del Sinai. I ribelli hanno focalizzato i loro attacchi contro le forze di sicurezza e la minoranza cristiana egiziana, rendendo critica la questione della stabilità nel Paese.

In Egitto è in vigore lo stato di emergenza dal 10 aprile 2017. Il 2 gennaio scorso, il presidente egiziano ha esteso tale misura per il periodo di 3 mesi, a causa del persistere della situazione di instabilità nel territorio. Inizialmente, Al-Sisi aveva imposto lo stato di emergenza nel Sinai del Nord il 25 ottobre 2014, dopo una serie di attacchi terroristici nella regione, che avevano causato la morte di 26 militari egiziani. Successivamente, il 10 aprile 2017, il presidente egiziano aveva esteso tale condizione a tutto il Paese, dopo l’uccisione di 47 persone negli attentati contro due chiese copte durante le celebrazioni religiose della domenica delle Palme. Il 15 aprile 2018, al-Sisi ha esteso di altri 3 mesi lo stato di emergenza nel Paese.

Il 9 febbraio, il governo egiziano ha lanciato la campagna nel Sinai, chiamata Comprehensive Operation – Sinai 2018, con l’obiettivo di abbattere i ribelli islamisti insieme a tutte le altre attività criminali che mettono in pericolo la sicurezza e la stabilità del Paese. Nonostante il presidente avesse promesso che l’operazione “si sarebbe conclusa il prima possibile”, gli scontri continuano a verificarsi. Le iniziative, tuttavia, stanno avendo successo, permettendo di distruggere grandi quantità di infrastrutture e materiale militare appartenenti ai terroristi. L’esercito afferma che più di 550 sospetti jihadisti sono stati uccisi dal lancio dell’offensiva, costando la vita a più di 30 soldati egiziani. L’ultimo attacco terroristico è avvenuto il 27 marzo, quando un gruppo di militanti sconosciuti ha aperto il fuoco contro alcuni lavoratori del Sinai centrale, uccidendone 10.

I gruppi di difesa dei diritti umani e i media internazionali, più volte, hanno denunciato l’uso indiscriminato della forza da parte dei soldati egiziani nel corso delle operazioni militari volte a contrastare le attività terroristiche nella penisola del Sinai, in cui sono rimasti uccisi numerosi civili. Tuttavia, il governo non ha fatto mai riferimento a morti collaterali di civili durante i raid.

Come riporta il Country Report on Terrorismo 2017 del governo americano, le leggi enti-terrorismo più significative vigenti in Egitto, entrambe adottate tramite decreto presidenziale nel 2015, e ratificate dal Parlamento nel 2016, sono due. La prima, chiamata Terrorist Entities Law, regola il meccanismo per la designazione delle organizzazioni e degli individui considerati terroristi. La seconda legge, invece, regola le pene inflitte per i crimini legati al terrorismo. Il National Security Sector, divisione del Ministero degli Interni egiziano (MOI), è l’organo responsabile per le funzioni anti-terrorismo nella Valle del Nilo e collabora con l’agenzia di intelligence egiziana. Nell’aprile 2017, il Parlamento egiziano ha approvato una legislazione ratificata dal presidente, che ha eliminato gli standard legali procedurali per snellire e velocizzare i processi legati al terrorismo. Il Settore della Sicurezza Nazionale del Ministero dell’Interno (MOI) è la responsabile delle funzioni anti-terrorismo nella Valle del Nilo, ma collabora anche con altre componenti del MOI, dei servizi di intelligence egiziani e delle forze armate.

Dal punto di vista della sicurezza dei propri confini, l’Egitto, nel corso degli anni passati, ha continuato a migliorare la propria difesa, rafforzando le misure di controllo negli aeroporti. Una delle iniziative messe in atto è stata quella di confrontare i documenti di tutti i viaggiatori con i database criminali. Tuttavia, le zone di confine più vulnerabili per l’Egitto rimangono la frontiera con Gaza, la Libia. Al confine con Gaza, le forze di sicurezza egiziane hanno distrutto la maggior parte dei tunnel sotterranei che portavano al Sinai, e hanno mantenuto diverse zone disabitate nel raggio di 1,5 km dal confine, per monitorare più attentamente i movimenti nell’area. Alla frontiera con la Libia, l’esercito egiziano ha continuato ad aumentare la propria presenza per evitare il passaggio illegale di migranti e militanti armati.

Per quanto riguarda la collaborazione internazionale per contrastare il terrorismo, l’Egitto è membro della coalizione globale a guida americana che combatte l’ISIS in Siria e in Iraq, della Middle East and North Africa Financial Action task Force, del Financial Action Task Force (FATF) e, infine, della Coalizione per contrastare il finanziamento dell’ISIS. Già nel corso del 2015, le autorità del Cairo hanno adottato una serie di leggi volte a limitare i finanziamenti al terrorismo, equiparandosi agli standard internazionali e creando un sistema di procedure per sanzionare organizzazioni e individui che sostengono il terrorismo. Nonostante gli sforzi, ad avviso del governo americano, l’Egitto rimane un Paese vulnerabile a tale problematica per via dell’economia locale, caratterizzata da transazioni monetarie poco controllate.

Infine, in materia di contrasto alla diffusione dell’estremismo violento, Dar Al-Iftaa, l’organo ufficiale che emette editti religiosi, ha stabilito un segretariato generale impegnato a combattere il fenomeno della radicalizzazione. Il nuovo organo invia esperti religiosi nelle comunità locali considerate più a rischio, forma i nuovi mufti (dotti musulmani autorizzati a emettere responsi in materia teologica e giuridica), organizza iniziative internazionali itineranti, pubblica libri e report e agisce su internet per combattere l’estremismo violento.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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