Esercito e giustizia privata in Sudan: arrestati i fratelli dell’ex presidente, no alla Corte Penale Internazionale

Pubblicato il 18 aprile 2019 alle 9:17 in Africa Sudan

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I governanti militari del Sudan hanno arrestato due fratelli del deposto presidente Omar al-Bashir, mentre centinaia di persone hanno protestato nella capitale, Khartoum, per chiedere un governo civile che assicuri una transizione democratica tempestiva. Le autorità dell’esercito hanno poi aggiunto che Bashir verrà processato in patria e non di fronte alla Corte Penale Internazionale. 

Shams al-Din Kabashi, portavoce del Consiglio militare di transizione, ha riferito Abdullah al-Bashir e Alabas al-Bashir sono stati presi in custodia dalle forze di sicurezza, in una campagna di arresti contro i “simboli e leader del precedente regime”. L’annuncio è arrivato poco dopo la notizia che le autorità sudanesi avevano trasferito al-Bashir dagli “arresti domiciliari” alla prigione di Kobar, nel nord di Khartoum. Un ex ministro sudanese ha dichiarato che al-Bashir, che è stato deposto dai militari sudanesi dopo mesi di proteste contro il suo governo quasi trentennale, è stato trasferito nella prigione di massima sicurezza, nella tarda mattinata del 17 aprile. Una guardia della prigione di Kobar ha confermato il trasferimento dichiarando: “Ho visto il presidente Omar al-Bashir essere portato via da dozzine di ufficiali dell’esercito”.

I militari hanno poi comunicato che non è loro intenzione concedere l’estradizione del leader deposto presso la Corte penale internazionale, affinché Bashir venga processato per presunti crimini di guerra e genocidio, per i fatti relativi alla regione del Darfur. Il consiglio militare di transizione ha deliberato che il processo avverrà in patria e secondo le leggi sudanesi. Nel frattempo, centinaia di persone hanno partecipato a una protesta, guidata da medici e operatori sanitari, e hanno organizzato un sit-in fuori dal quartier generale dell’esercito, che è diventato il cuore degli eventi relativi alla rivolta popolare del Sudan. Molti dei manifestanti indossavano camici bianchi, sventolavano bandiere sudanesi e cantavano: “Libertà, pace, giustizia e rivoluzione sono scelte della gente”. I giornalisti hanno anche tenuto una manifestazione separata a Khartoum per chiedere libertà di stampa.

Numerosi membri del precedente governo erano già stati arrestati, lunedì 15 aprile, dal Consiglio militare di transizione. Tra questi, anche il capo dei servizi segreti e di sicurezza del Sudan era stato fatto dimettere, sabato 13 aprile, secondo quanto riportato dai media di Stato. Salah Abdallah Mohamed Saleh, conosciuto come Salah Gosh, era a capo del Servizio nazionale di sicurezza e intelligence ed era la persona più influente nel Paese, dopo al-Bashir. L’uomo è stato ritenuto responsabile dell’uccisione di alcuni manifestanti.Il giorno prima, venerdì 12 aprile, si era dimesso anche il ministro della Difesa del Paese, Awad Ibn Auf, che aveva temporaneamente assunto il controllo del Paese come presidente del Consiglio militare. I manifestanti, tuttavia, continuano a chiedere un cambiamento politico più rapido e radicale. Il nuovo governo di Al-Burhan, instauratosi sabato 13 aprile, dopo le dimissioni di Awa Ibn Auf, ha promesso alla popolazione sudanese la formazione di un governo civile entro due anni, e ha incontrato una delegazione di partiti politici, società civile e manifestanti per ascoltare le richieste del popolo, ma il futuro del Paese rimane incerto. 

L’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), che guida le proteste che chiedono la formazione di un governo civile, ha annunciato che è pronta a organizzare nuove manifestazioni, se le loro richieste non verranno ascoltate. Hiba Morgan, giornalista di Al Jazeera inviato a Khartoum, ha riferito che, durante i colloqui tra manifestanti e soldati, il Consiglio militare ha ribadito di volere il controllo di due sole cariche, i Ministeri della Difesa e dell’Interno. Questo perché, secondo le loro parole, le forze armate vogliono “mantenere l’ordine e la sicurezza nel Paese”. Morgan ha altresì riferito che ci sono alcuni disaccordi tra i vari partiti politici rispetto alla durata e la forma di alcune delle misure che dovranno essere intraprese. “Al momento i partiti politici sono divisi. Alcuni di loro vogliono un periodo di transizione di due anni, altri lo vogliono di quattro. C’è anche disaccordo su come gestire i servizi di intelligence e sicurezza nazionali. Alcuni li vogliono completamente aboliti mentre altri chiedono riforme”, ha dichiarato il giornalista. 

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dalla SPA. Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni. L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in di fronte al Ministero della Difesa. Secondo il Comitato dei Dottori del Sudan, dal 6 aprile ad oggi, nelle proteste sono morte almeno 38 persone, tra cui 6 soldati. Un portavoce delle forze dell’ordine ha affermato che, tra giovedì 11 e venerdì 12 aprile, 16 persone sono morte a seguito di ferite procurate da proiettili vaganti.

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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