Sudan: ex presidente Omar al-Bashir trasferito in carcere di massima sicurezza

Pubblicato il 17 aprile 2019 alle 14:21 in Africa Sudan

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Il deposto presidente sudanese Omar al-Bashir è stato trasferito, mercoledì 17 aprile, in una prigione di massima sicurezza, Kobar, situata nella capitale Khartoum. L’agenzia di stampa Reuters riferisce che l’ex leader è tenuto in isolamento e in condizioni di sorveglianza estrema. È la prima notizia ufficiale su al-Bashir da quando è stato estromesso dal potere, giovedì 11 aprile, e sostituito da un governo militare di transizione. Sono stati altresì negati i rapporti secondo cui l’ex presidente sarebbe stato consegnato al Tribunale penale internazionale.

Nel frattempo, il Consiglio militare di transizione continua a coinvolgere i leader della protesta per definire insieme una via da seguire nel Sudan post-Bashir. La pressione per trasferire il potere a un governo civile continua ad essere alta. Il leader del Consiglio, Abdel Fattah al-Burhan, ha incontrato gli inviati speciali degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, le due nazioni del Golfo che hanno promesso sostegno al popolo del Sudan. “Il presidente del Consiglio militare di transizione ha elogiato i rapporti tra il Sudan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti e gli eterni legami che legano i loro popoli”, ha riportato l’agenzia statale SUNA su Twitter. Un messaggio di sostegno è arrivato anche dall’Egitto, il cui presidente, Abdel Fattah Al-Sisi, ha dichiarato di essere pronto a recarsi in visita in Sudan nei prossimi giorni.

Il Ministero degli Esteri sta facendo appello alla comunità internazionale al fine che essa appoggi i governanti militari al potere. In una sua dichiarazione ufficiale si legge: “Il Ministero degli Affari Esteri si augura che la comunità internazionale capisca la situazione e sostenga il consiglio militare transitorio per raggiungere l’obiettivo della transizione democratica in Sudan”. I militari sostengono di dover farsi carico di un periodo di transizione di almeno due anni, in seguito ai quali il potere sarà ceduto a rappresentanti eletti. I manifestanti, tuttavia, continuano fare pressione per un immediato ritorno a un governo civile.

Il nuovo governo di Al-Burhan, instauratosi sabato 13 aprile, ha incontrato una delegazione di partiti politici, società civile e manifestanti per ascoltare le richieste del popolo. Nella giornata di giovedì 11 aprile, le forze armate sudanesi avevano rovesciato e arrestato il presidente Omar al-Bashir, il cui governo aveva annunciato le dimissioni poche ore prima, sancendo, dopo mesi di proteste, la fine ufficiale del dominio del presidente, durato ormai 30 anni. Dopo tale evento, l’esercito aveva annunciato un governo militare di transizione, e il generale Awad Ibn Auf aveva inizialmente assunto il controllo come presidente del Consiglio militare. Tuttavia, egli ha dato le dimissioni il giorno successivo, sull’onda delle proteste pubbliche che lo consideravano alla stregua del predecessore, e, per questo, gli è succeduto Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo e ascoltare le loro richieste. 

Tuttavia gli attivisti hanno fatto sapere che le proteste continueranno finché non verrà formato un governo di transizione regolare, come sancito dalla Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento firmata da vari gruppi politici e professionali a gennaio 2019. Molti temono che l’esercito, che è dominato da una maggioranza di uomini leali a Bashir, voglia governare a oltranza, o affidare il potere a qualcuno di loro.

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni.

L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in di fronte al Ministero della Difesa. I soldati hanno continuato a contrastare le forze di sicurezza statali e le milizie del regime di al-Bashir, anche nei giorni successivi. Nonostante le violenze non abbiano fatto che aumentare e la situazione sia estremamente tesa, i manifestanti hanno continuato a chiedere alla popolazione sudanese di unirsi alle proteste. Il numero di presenti a tali eventi, negli ultimi giorni, è continuato a crescere. Diversi leader dell’opposizione si sono uniti ai manifestanti e si sono posti a capo dei cortei, per chiedere un radicale cambiamento nella politica del Paese. Il ministro degli Interni ha riferito al Parlamento che 6 persone sono state uccise, tra sabato 6 e domenica 7 aprile, durante alcuni scontri nella capitale, mentre una vittima è stata registrata nella regione occidentale del Darfur.

Secondo il Comitato dei Dottori del Sudan, dall’inizio dei sit-in, il 6 aprile, sono morte almeno 38 persone, tra cui 6 soldati intervenuti in difesa dei manifestanti. Un portavoce delle forze dell’ordine ha affermato che, tra giovedì 11 e venerdì 12 aprile, 16 vittime sono morte a seguito di ferite di proiettili vaganti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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