Sudan: arrestati membri del precedente governo

Pubblicato il 15 aprile 2019 alle 13:56 in Africa Sudan

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In Sudan, alcuni membri del precedente governo sono stati arrestati, lunedì 15 aprile, dal Consiglio militare di transizione. Non è ancora chiaro chi sia stato prelevato e per quale motivo. Il presidente uscente, Omar al-Bashir, si trova attualmente in detenzione ed è probabile che vada presto a processo.

Intanto, il capo dei servizi segreti e di sicurezza del Sudan è stato licenziato sabato 13 aprile, secondo quanto riportato dai media di stato. Salah Abdallah Mohamed Saleh, conosciuto come Salah Gosh, era alla testa del Servizio nazionale di sicurezza e intelligence ed era la persona più influente nel Paese dopo al-Bashir. L’uomo è stato ritenuto responsabile dell’uccisione di alcuni manifestanti che chiedevano la fine del dominio militare.

Un giorno prima, venerdì 12 aprile, si era dimesso anche il ministro della Difesa del Sudan, Awad Ibn Auf, che aveva temporaneamente assunto il controllo del Paese come presidente del Consiglio militare. I manifestanti, tuttavia, continuavano a chiedere un cambiamento politico più rapido e radicale dopo la cacciata del presidente al-Bashir e, nonostante i tentativi di calmare la rabbia pubblica promettendo un nuovo governo civile, il ministro si è trovato costretto a dimettersi.

L’Associazione dei professionisti sudanesi (ZPS), che guida le proteste per chiedere la formazione di un governo civile, ha annunciato che sarà pronta a organizzare nuove manifestazioni se le loro richieste non verranno ascoltate. Hiba Morgan, giornalista di Al Jazeera inviato a Khartoum, ha riferito che, durante i colloqui tra manifestanti e militari, il Consiglio militare ha ribadito di volere solo due posizioni, ovvero i Ministeri della Difesa e dell’Interno. Questo perché, secondo le loro parole, essi vogliono “mantenere l’ordine e la sicurezza nel Paese”.

Morgan ha altresì riferito che ci sono alcuni disaccordi tra i vari partiti politici rispetto alla durata e la forma di alcune delle misure che dovranno essere intraprese. “Al momento i partiti politici sono divisi. Alcuni di loro vogliono un periodo di transizione di due anni, altri lo vogliono di quattro. C’è anche disaccordo su come gestire i servizi di intelligence e sicurezza nazionali. Alcuni li vogliono completamente aboliti mentre altri chiedono riforme”, ha dichiarato il giornalista.

Il nuovo governo di Al-Burhan, instauratosi sabato 13 aprile dopo le dimissioni di Awa Ibn Auf, ha promesso alla popolazione sudanese la formazione di un governo civile entro due anni, e ha incontrato una delegazione di partiti politici, società civile e manifestanti per ascoltare le richieste del popolo.Nella giornata di giovedì 11 aprile, le forze armate sudanesi avevano rovesciato e arrestato il presidente Omar al-Bashir, il cui governo aveva annunciato le dimissioni poche ore prima, sancendo, dopo mesi di proteste, la fine ufficiale del dominio del presidente, durato ormai 30 anni. Dopo tale evento, l’esercito aveva annunciato un governo militare di transizione, e il generale Awad Ibn Auf aveva inizialmente assunto il controllo come presidente del Consiglio militare. Tuttavia, egli ha dato le dimissioni il giorno successivo, sull’onda delle proteste pubbliche che lo consideravano alla stregua del predecessore, e, per questo, gli è succeduto Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo e ascoltare le loro richieste.

Tuttavia gli attivistihanno fatto sapere che le proteste continueranno finché non verrà formato un governo di transizione regolare, come sancito dalla Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento firmata da vari gruppi politici e professionali a gennaio 2019. Molti temono che l’esercito, che è dominato da una maggioranza di uomini leali a Bashir, voglia governare a oltranza, o affidare il potere a qualcuno di loro.

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni.

L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in di fronte al Ministero della Difesa. I soldati hanno continuato a contrastare le forze di sicurezza statali e le milizie del regime di al-Bashir, anche nei giorni successivi. Nonostante le violenze non abbiano fatto che aumentare e la situazione sia estremamente tesa, i manifestanti hanno continuato a chiedere alla popolazione sudanese di unirsi alle proteste. Il numero di presenti a tali eventi, negli ultimi giorni, è continuato a crescere. Diversi leader dell’opposizione si sono uniti ai manifestanti e si sono posti a capo dei cortei, per chiedere un radicale cambiamento nella politica del Paese. Il ministro degli Interni ha riferito al Parlamento che 6 persone sono state uccise, tra sabato 6 e domenica 7 aprile, durante alcuni scontri nella capitale, mentre una vittima è stata registrata nella regione occidentale del Darfur.

Secondo il Comitato dei Dottori del Sudan, dall’inizio dei sit-in, il 6 aprile, sono morte almeno 38 persone, tra cui 6 soldati intervenuti in difesa dei manifestanti. Un portavoce delle forze dell’ordine ha affermato che, tra giovedì 11 e venerdì 12 aprile, 16 vittime sono morte a seguito di ferite di proiettili vaganti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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