Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti annunciano il loro supporto al governo militare sudanese

Pubblicato il 15 aprile 2019 alle 18:00 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti Sudan

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L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato il loro sostegno alla nuova giunta militare del Sudan, che ha preso il potere a seguito della destituzione dell’ex presidente Omar al-Bashir. La popolazione sudanese, tuttavia, si oppone ad una transizione guidata dalle forze armate e continua a protestare.

Abu Dhabi ha annunciato il suo sostegno al Consiglio militare transitorio del Sudan, che è attualmente guidato dal tenente generale Abdel Fattah al-Burhan Abdelrahman, a seguito delle dimissioni del generale Awad Ibn Auf, annunciate dopo un solo giorno al potere. “Gli Emirati Arabi Uniti affermano il proprio sostegno alle misure adottate dal Consiglio militare transitorio del Sudan per proteggere le persone e le proprietà locali, auspicando che tali misure garantiscano sicurezza e stabilità per il Paese fratello”, ha riferito il ministro degli Esteri degli EAU, in una dichiarazione, rilasciata la sera di sabato 13 aprile. Abu Dhabi ha, quindi, avviato le comunicazioni tra il proprio governo e la giunta militare di Khartoum e ha promesso di fornire un pacchetto di aiuti al Sudan, che includerà “prodotti petroliferi, grano e medicine”. Anche l’Arabia Saudita, alleato degli Emirati Arabi Uniti, ha annunciato che invierà supporto al Sudan, sotto forma di petrolio, cibo e medicine. “L’Arabia Saudita dichiara il suo sostegno ai cambiamenti annunciati  [dal consiglio militare], sostiene il popolo sudanese e spera che ciò garantisca sicurezza e stabilità per il Paese”, hanno riferito i media statali sauditi, domenica 14 aprile.

Intanto, in Sudan, numerosi membri del precedente governo sono stati arrestati, lunedì 15 aprile, dal Consiglio militare di transizione e il presidente uscente, Omar al-Bashir, si trova attualmente in detenzione ed è probabile che vada presto a processo. Anche il capo dei servizi segreti e di sicurezza del Sudan è stato fatto dimettere, sabato 13 aprile, secondo quanto riportato dai media di Stato. Salah Abdallah Mohamed Saleh, conosciuto come Salah Gosh, era a capo del Servizio nazionale di sicurezza e intelligence ed era la persona più influente nel Paese dopo al-Bashir. L’uomo è stato ritenuto responsabile dell’uccisione di alcuni manifestanti che chiedevano la fine del dominio militare.Il giorno prima, venerdì 12 aprile, si era dimesso anche il ministro della Difesa del Sudan, Awad Ibn Auf, che aveva temporaneamente assunto il controllo del Paese come presidente del Consiglio militare. I manifestanti, tuttavia, continuano a chiedere un cambiamento politico più rapido e radicale.

L’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), che guida le proteste che chiedono la formazione di un governo civile, ha annunciato che è pronta a organizzare nuove manifestazioni, se le loro richieste non verranno ascoltate. Hiba Morgan, giornalista di Al Jazeera inviato a Khartoum, ha riferito che, durante i colloqui tra manifestanti e soldati, il Consiglio militare ha ribadito di volere il controllo di due sole cariche, i Ministeri della Difesa e dell’Interno. Questo perché, secondo le loro parole, le forze armate vogliono “mantenere l’ordine e la sicurezza nel Paese”. Morgan ha altresì riferito che ci sono alcuni disaccordi tra i vari partiti politici rispetto alla durata e la forma di alcune delle misure che dovranno essere intraprese. “Al momento i partiti politici sono divisi. Alcuni di loro vogliono un periodo di transizione di due anni, altri lo vogliono di quattro. C’è anche disaccordo su come gestire i servizi di intelligence e sicurezza nazionali. Alcuni li vogliono completamente aboliti mentre altri chiedono riforme”, ha dichiarato il giornalista. Il nuovo governo di Al-Burhan, instauratosi sabato 13 aprile, dopo le dimissioni di Awa Ibn Auf, ha promesso alla popolazione sudanese la formazione di un governo civile entro due anni, e ha incontrato una delegazione di partiti politici, società civile e manifestanti per ascoltare le richieste del popolo, ma il futuro del Paese rimane incerto. 

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dalla SPA. Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni. L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in di fronte al Ministero della Difesa. Secondo il Comitato dei Dottori del Sudan, dal 6 aprile ad oggi, nelle proteste sono morte almeno 38 persone, tra cui 6 soldati. Un portavoce delle forze dell’ordine ha affermato che, tra giovedì 11 e venerdì 12 aprile, 16 persone sono morte a seguito di ferite procurate da proiettili vaganti.

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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