Sudan: esercito dialoga con manifestanti, promette transizione a governo civile

Pubblicato il 14 aprile 2019 alle 13:21 in Africa Sudan

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Il nuovo governo di Al-Burhan ha promesso alla popolazione sudanese la formazione di un governo civile entro due anni, e ha incontrato una delegazione di partiti politici, società civile e manifestanti per ascoltare le richieste del popolo.

Nella giornata di giovedì 11 aprile, le forze armate sudanesi avevano rovesciato e arrestato il presidente Omar al-Bashir, il cui governo aveva annunciato le dimissioni poche ore prima, sancendo, dopo mesi di proteste, la fine ufficiale del dominio del presidente, durato ormai 30 anni. Dopo tale evento, l’esercito ha annunciato un governo militare di transizione, e il generale Awad Ibn Auf ha inizialmente assunto il controllo come presidente del Consiglio militare, per poi dare rapidamente le dimissioni, il giorno successivo, sull’onda delle proteste pubbliche, in quanto i cittadini lo considerano alla stregua del predecessore. Gli è succeduto allora Al-Burhan, che in passato era ispettore generale delle forze armate, e ha incontrato i manifestanti nelle strade della capitale Khartoum per avviare un dialogo e ascoltare le loro richieste. Sempre sabato 13 aprile, il comandante delle Rapid Support Forces paramilitari, Mohamed Hamdan Dagalo, noto anche come Hemeti, è stato nominato vice di Al-Burhan.

Quest’ultimo ha promesso ai cittadini, dopo essersi consultato con i gruppi all’opposizione, di garantire il raggiungimento di un governo civile entro due anni. Nel suo primo discorso trasmesso in onda dall’emittente nazionale, Al-Burhan si è rivolto ai concittadini affermando che il dialogo avviato includerà “tutta la popolazione del Sudan, anche i partiti politici e i gruppi della società civile”. Il neoeletto presidente ha spiegato che il consiglio militare governerà il Paese per i prossimi due anni fino allo svolgimento delle elezioni, e ha sospeso il coprifuoco notturno imposto nella giornata di giovedì 11, promettendo di sradicare il regime di Al-Bashir e le sue vestigia.

Tuttavia gli attivisti hanno fatto sapere che le proteste continueranno finché non verrà formato un governo di transizione regolare, come sancito dalla Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento firmata da vari gruppi politici e professionali a gennaio 2019. Molti temono che l’esercito, che è dominato da una maggioranza di uomini leali a Bashir, voglia governare a oltranza, o affidare il potere a qualcuno di loro.

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni.

L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in di fronte al Ministero della Difesa. I soldati hanno continuato a contrastare le forze di sicurezza statali e le milizie del regime di al-Bashir, anche nei giorni successivi. Nonostante le violenze non abbiano fatto che aumentare e la situazione sia estremamente tesa, i manifestanti hanno continuato a chiedere alla popolazione sudanese di unirsi alle proteste. Il numero di presenti a tali eventi, negli ultimi giorni, è continuato a crescere. Diversi leader dell’opposizione si sono uniti ai manifestanti e si sono posti a capo dei cortei, per chiedere un radicale cambiamento nella politica del Paese. Il ministro degli Interni ha riferito al Parlamento che 6 persone sono state uccise, tra sabato 6 e domenica 7 aprile, durante alcuni scontri nella capitale, mentre una vittima è stata registrata nella regione occidentale del Darfur.

Secondo il Comitato dei Dottori del Sudan, dall’inizio dei sit-in, il 6 aprile, sono morte almeno 38 persone, tra cui 6 soldati intervenuti in difesa dei manifestanti. Un portavoce delle forze dell’ordine ha affermato che, tra giovedì 11 e venerdì 12 aprile, 16 vittime sono morte a seguito di ferite di proiettili vaganti.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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