Sudan: esercito arresta il presidente e annuncia un governo militare di transizione

Pubblicato il 11 aprile 2019 alle 16:35 in Africa Sudan

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Le forze armate sudanesi hanno rovesciato e arrestato il presidente Omar al-Bashir, il cui governo aveva annunciato le dimissioni, poche ore prima. Dopo mesi di proteste, è ufficialmente terminato il dominio del presidente, durato ormai 30 anni.

In una dichiarazione, rilasciata giovedì 11 aprile, il generale Awad Ibn Auf, vice presidente e ministro della Difesa, ha riferito che al-Bashir è stato portato in un “luogo sicuro” a seguito del “rovesciamento del regime”. Il generale ha poi annunciato la formazione di un governo militare di transizione, che durerà  due anni. “Le forze armate prenderanno il potere per spianare la strada verso un futuro in cui il popolo sudanese possa vivere in modo dignitoso”. Tale annuncio è arrivato a seguito di un’incursione dell’esercito sudanese nel quartier generale dell’Islamic Movement dell’ex presidente al-Bashir, a Khartoum, avvenuto la mattina dell’11 aprile. Alcune fonti riportano la notizia di carri armati nel centro della città e altre hanno fatto riferimento ad un possibile golpe militare. Numerosi cittadini si sono riversati nelle strade della capitale, per ascoltare le dichiarazioni delle forze armate che hanno confermato la destituzione di al-Bashir e che hanno annunciato due anni di governo militare di transizione.

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di stato nel 1989. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa della SPA e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni.

L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in di fronte al Ministero della Difesa. I soldati hanno continuato a contrastare le forze di sicurezza statali e le milizie del regime di al-Bashir, anche nei giorni successivi. Nonostante le violenze non facciano che aumentare e la situazione sia estremamente tesa, i manifestanti hanno continuato a chiedere alla popolazione sudanese di unirsi alle proteste. Il numero di presenti a tali eventi, negli ultimi giorni, è continuato ad aumentare. Diversi leader dell’opposizione si sono uniti ai manifestanti e si sono posti a capo dei cortei, per chiedere le dimissioni del presidente al-Bashir e del suo governo. Il ministro degli Interni ha riferito al Parlamento che 6 persone sono state uccise, tra sabato 6 e domenica 7 aprile, durante alcuni scontri nella capitale, mentre una vittima è stata registrata nella regione occidentale del Darfur.

Al-Bashir, che è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, ha ceduto, dopo mesi di resistenza, alle pressioni dei manifestanti sudanesi. Il presidente è sostenuto da molti Paesi arabi, i quali temono che il dissenso possa presto diffondersi in tutta la regione. Nel summit della Lega araba, svoltosi in Tunisia il 31 marzo 2019, i leader di diversi Paesi arabi e musulmani politicamente e socialmente instabili hanno espresso la loro solidarietà ad al-Bashir in una dichiarazione pubblica. Il mese scorso, il Sudan ha ricevuto un prestito di 300 milioni di dollari dal Fondo Monetario Arabo per affrontare l’attuale crisi di valuta estera. 

E’ interessante sottolineare il fatto che, invece, i leader delle proteste che scuotono il Sudan hanno espresso ammirazione e solidarietà con la popolazione algerina, impegnata a sua volta in una serie di manifestazioni. Le piazze sudanesi hanno accolto positivamente le dimissioni del presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, annunciate martedì 2 aprile, e hanno più volte espresso la speranza di riuscire a raggiungere lo stesso risultato. I manifestanti sudanesi hanno definito le dimissioni del leader algerino “un evento storico”.“È un risultato molto positivo”, ha riferito la portavoce dell’Associazione dei professionisti sudanesi Sarah Abdel-Jaleel. La fine del regime di Bouteflika “sta mostrando il successo della resistenza pacifica in Africa e ci offre sicuramente speranze e rassicurazioni sul fatto che dobbiamo andare avanti”, ha aggiunto la donna. Oggi, col raggiungimento dello stesso risultato delle proteste algerine, la destituzione di due leader che avevano monopolizzato la scena politica per decenni, il destino dei due Paesi rimane tutto da definire. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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