Ecco perché l’Italia sta perdendo la Libia

Pubblicato il 9 aprile 2019 alle 15:56 in Il commento Libia

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Tripoli è assediata dalle truppe del generale Haftar ed è probabile che cada. Siccome l’Italia aveva sostenuto fortemente il governo di Tripoli, gli italiani si domandano come abbiano potuto perdere ciò che di più importante hanno nell’arena internazionale ovvero il rapporto privilegiato con la Libia. Le ragioni principali di questa sconfitta sono numerose. Ne indicheremo due. La prima riguarda la configurazione delle alleanze. Il generale Haftar, che lavora per il governo di Tobruk – uno dei due governi della Libia – è stato appoggiato da Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia, mentre il governo di Tripoli è stato appoggiato dall’Italia e abbandonato dagli Stati Uniti. Questo ha significato che l’Italia si è ritrovata sola contro un blocco preponderante. Subito dopo il suo insediamento, Trump, in un incontro con Paolo Gentiloni a Washington, aveva annunciato il disimpegno americano: “Non vedo alcun ruolo degli Stati Uniti in Libia”. In una prospettiva italiana, Obama era preferibile a Trump giacché aveva dichiarato di voler rimediare ai tanti errori commessi dalla comunità internazionale. Di più: aveva aspramente criticato Inghilterra e Francia per il loro ruolo inadeguato nella gestione del dopo Gheddafi, affidando all’Italia il ruolo di mediatore principale, poco prima di lasciare la Casa Bianca. Infine, aveva affermato di considerare il disastro libico come il suo più grande fallimento in politica internazionale. Obama aveva a cuore la Libia, Trump per niente. Questo è un primo elemento per comprendere come abbia fatto Haftar ad arrivare fino alle porte di Tripoli con i cannoni in mano.

La seconda ragione della sconfitta è la legge numero 185 del 9 luglio 1990, che impedisce all’Italia di vendere armi ai Paesi coinvolti in un conflitto armato. Vogliamo chiarire che tale legge ci appare come la legge più alta mai approvata dal parlamento dell’Italia repubblicana giacché consideriamo la pace come il valore più alto della vita politica internazionale. Tuttavia, quella legge ha avuto effetti deleteri in Libia. Lasciando il governo di Tripoli senza armi, ha aumentato gli incentivi per Haftar ad attaccare. Dal momento che nessun generale si scaglia contro un esercito di pari forza, per paura di perdere troppi uomini o di essere sconfitto, Haftar ha ritenuto di essere soverchiante rispetto a Tripoli ed è avanzato. Bisogna infatti sapere che la forma di violenza più diffusa nella storia dell’uomo è la “violenza vigliacca”, come l’ha chiamata Randall Collins nel suo bellissimo libro “Violenza. Un’analisi sociologica” (Rubbettino). La violenza vigliacca è la violenza esercitata contro un avversario che non può difendersi e che non ha vie di fuga. Tale è Serraj, il capo del debolissimo governo di Tripoli sostenuto dall’Italia. Haftar è stato armato da alcuni Paesi amici, i quali hanno violato l’embargo delle armi decretato dall’Onu verso la Libia. Le armi sono giunte ad Haftar di nascosto oppure con una serie di espedienti, come quello di combattere contro l’Isis. A Serraj, invece, è andata peggio perché l’Italia ha rispettato l’embargo. Questo non deve però indurre a conclusioni affrettate circa la presunta insipienza dell’Italia, che insipiente non è stata. Se, infatti, l’Italia avesse armato il governo di Tripoli, violando l’embargo e la legge 185/1990, sarebbe scoppiato l’inferno. Gli altri Paesi avrebbero armato massicciamente Haftar – finora l’hanno armato in modo molto contenuto – e l’Italia si sarebbe ritrovata a gestire una mattanza a due passi dalla Sicilia. Si sarebbe ritrovata in una guerra indiretta contro Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e, per non farsi mancare niente, pure contro la Russia. Il tutto senza godere del sostegno di Trump, in altre faccende affaccendato. In un simile scenario, Enzo Moavero Milanesi, il ministro degli Esteri, avrebbe potuto contare soltanto sulla Turchia, ma non avrebbe potuto giocare una simile carta perché le forze politiche italiane, con il conforto di una stampa non imparziale verso la Turchia e spesso poco lucida, non riescono a cogliere quanto sia importante un’alleanza con Erdogan per la tutela degli interessi nazionali nel Mediterraneo. Per concludere, l’Italia, a causa di una serie di vincoli di sistema (elementi oggettivi) e di letture strategiche non adeguate (elementi soggettivi), sta per perdere Tripoli.

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Articolo apparso nella rubrica “Atlante” di Alessandro Orsini. Per gentile concessione del direttore del Messaggero

Foto Messaggero

 

 

di Alessandro Orsini

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