L’Etiopia a un bivio tra dittatura e democrazia

Pubblicato il 9 aprile 2019 alle 6:01 in Approfondimenti Etiopia

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Il 2 aprile 2019 si è concluso il primo anno del mandato del premier dell’Etiopia, Abiy Ahmed, il leader più giovane del continente africano. Nell’arco di 12 mesi, Ahmed è stato promotore di una serie di riforme sociali, economiche e di sicurezza che hanno portato sia a una svolta nella politica interna ed estera del Paese, il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria, sia a un nuovo equilibrio diplomatico nel Corno d’Africa. La sua azione riformatrice è talmente determinata che l’Etiopia sembra essere a un bivio tra dittatura e democrazia. 

Per analizzare i risultati ottenuti finora dal giovane premier, è utile fare un quadro della situazione in cui si trovava l’Etiopia al momento della sua ascesa al governo. Ciò permetterà di evidenziare gli sviluppi positivi e, al contempo, di mettere in luce le criticità che continuano a caratterizzare la realtà politica del Paese africano.

Come premessa occorre ricordare che l’Etiopia è il principale attore del Corno d’Africa dal punto di vista economico e della sicurezza. Nel breve futuro, è previsto che diventi il primo esportatore di energia della regione e anche il Paese più importante per la produzione di energia rinnovabile di tutto il continente africano. Nonostante le importanti prospettive di sviluppo, gli ultimi anni sono stati particolarmente difficili per l’Etiopia.

Nel novembre 2015 il Paese è precipitato in uno stato di forte instabilità. La scintilla che ha dato il via all’ondata di proteste di massa è stata costituita dal Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba per espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa dello Stato africano. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del territorio nazionale. Contemporaneamente, l’Etiopia è stata costretta a fare i conti con il peggior periodo di siccità degli ultimi 50 anni, che ha coinvolto oltre 10 milioni di persone, provocando una grave crisi umanitaria. 

La liberazione di 7.000 prigionieri politici, il 3 gennaio 2018, da parte del governo etiope non è servita a sedare le tensioni che, il 15 febbraio dello stesso anno, hanno portato l’allora premier Hailemariam Desalegn a dimettersi, nella speranza di avviare una stagione di riforme per stabilizzare il Paese. Desalegn, salito al potere nell’agosto 2012, era il leader del Southern Ethiopian People’s Democratic Movement (SEPDM), uno dei partiti della coalizione governativa Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), che controlla tutti i 547 seggi del Parlamento di Addis Abeba. Gli altri tre partiti della coalizione sono Amhara Democratic Party (ADP), Oromo Democratic Party (ODP) e il Tigraryan People’s Liberation Front (TPLF). Si è trattata della prima volta in cui un leader etiope ha lasciato il potere volontariamente. I predecessori di Desalegn, al contrario, sono morti al governo o sono stati rovesciati.

Il giorno seguente alla deposizione dell’ex premier, la EPRDF ha imposto lo stato di emergenza per una durata di 6 mesi, istituendo una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza. Tali misure hanno incluso il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate. Non è stata la prima volta che l’Etiopia ha affrontato lo stato di emergenza. Dal novembre 2016 all’agosto 2017, il governo di Addis Abeba, per cercare di fronteggiare le proteste, aveva già bandito qualsiasi forma di manifestazione. In quel periodo, le autorità erano state accusate di aver violato i diritti umani e di aver commesso abusi nei confronti dei cittadini.

Quando il 41enne Abiy Ahmed, segretario di uno dei partiti della coalizione governativa etiope Oromo Democratic Party (ODP), è stato nominato primo ministro, il 27 marzo 2018, l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM) aveva appena lanciato un appello alla comunità internazionale per raccogliere 88,5 milioni di dollari per assistere i cittadini etiopi bisognosi di assistenza umanitaria. Secondo le stime del governo etiope e dell’Onu, nel 2018, sono stati circa 16,4 milioni gli individui che hanno avuto bisogno di aiuto.

Una volta inaugurato il proprio mandato, il 2 aprile 2018, Ahmed ha agito su due fronti, uno interno ed uno esterno. Sul piano della politica interna, ha dato il via ad una serie di riforme politiche, volte soprattutto a ottenere una riconciliazione nazionale. Oltre ad aver revocato lo stato di emergenza, il 5 giugno, il nuovo premier ha liberato un gran numero di prigionieri politici, ha permesso ai dissidenti in esilio di rientrare in patria ed ha altresì concesso a gruppi etnici, che fino a quel momento erano stati considerati organizzazioni terroristiche, di fare ritorno.

Nell’ambito della sicurezza, il premier ha sostituito i capi di due rami dei servizi di sicurezza del Paese, quali le forze armate e il Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence, nominando Seare Mekonnen alla guida dell’esercito al posto di Samora Yunis. Alla testa del Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence, invece, è stato posto il dirigente dell’aviazione militare, Adem Mohamed, che ha sostituito Getachew Assefa. Inoltre, Ahmed ha denunciato pubblicamente l’uso della tortura sui prigionieri politici, da lui definita incostituzionale, presentando una breve relazione al Parlamento in cui ha esposto la situazione del Paese, tra cui la decisione di privatizzare la compagnia di telecomunicazioni statale e quella aerea nazionale.

Sul piano della politica estera, Ahmed ha inaugurato una grande apertura, volta sia a pacificare l’area del Corno d’Africa, particolarmente turbolenta, sia a consolidare il ruolo dell’Etiopia di principale attore regionale agli occhi dei Paesi stranieri.  

Il 9 luglio scorso, Etiopia ed Eritrea hanno firmato un accordo di pace, dichiarando la fine dello stato di guerra in corso dal 1998. Quell’anno, lo scoppio del conflitto tra i due Paesi ha destabilizzato l’intera regione e ha costretto i governi etiope ed eritreo a dedicare gran parte del proprio budget alla sicurezza. La ripresa dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea ha generato un effetto a catena, che ha portato alla normalizzazione delle relazioni tra tutti i Paesi del Corno d’Africa.  

Alla fine di luglio, il presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed Fermajo, si è recato in visita ufficiale ad Asmara per riallacciare i rapporti con l’Eritrea, interrotti per circa dieci anni, dallo scoppio della guerra con Addis Abeba. Successivamente, il 6 settembre 2018, è stata la volta di Gibuti ed Eritrea che, dopo dieci anni di relazioni interrotte, hanno rilanciato il dialogo. I due Paesi avevano tagliato ogni rapporto diplomatico nel 2008 per via di una disputa territoriale riguardante l’isola Dumeira, posizionata al largo delle coste gibutiane ed eritree, a Sud del Mar Rosso, nello stretto di Bab-el-Mandeb. Tale posizione è particolarmente strategica, poiché rappresenta uno snodo importante per il commercio globale.

L’apertura della politica estera di Abiy Ahmed non si è limitata solo alla dimensione regionale, ma si è estesa anche a quella internazionale. Il premier etiope si è recato a Parigi il 29 ottobre scorso, dove ha colloquiato con il presidente Macron, mentre il 30 ottobre è volato in Germania per incontrare la cancelliera Angela Merkel. Il 20 gennaio 2019, invece, Ahmed è atterrato in Italia, venendo accolto dal premier Conte.

Nell’area del Golfo Persico, invece, Ahmed ha rafforzato i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti ed il Qatar. Il 19 marzo scorso, il premier etiope si è recato a Doha, dove ha colloquiato con l’omologo qatarino, Abdullah bin Nasser bin Khalifa al-Thani, per cercare di migliorare le relazioni bilaterali tra i due Paesi e attrarre investimenti dallo Stato del Medio Oriente, ricco di gas. Il 22 marzo, invece, Ahmed è volato ad Abu Dhabi per incontrare il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed Ibn Zayed.  

Al di fuori dell’Europa e del Golfo Persico, l’Etiopia ha rafforzato i rapporti con la Cina. Il 19 febbraio, la compagnia etiope Ethiopian Electric Power (EEP) ha firmato due accordi, del valore complessivo di 153 milioni di dollari con due aziende cinesi, China Gezhouba Group Co., Ltd (CGGC) e Voith Hydro Shangaai, per il completamento della grande diga, Grand Ethiopian Reinassance Dam (GERD), il futuro sistema idroelettrico più grande del continente africano avviato nel 2011 da Addis Abeba.

Come ha sottolineato in diversi discorsi pubblici e interviste, Ahmed sostiene che, in politica estera ed interna, chiudere le porte sia l’approccio peggiore. Tale apertura, tuttavia, sul piano interno ha comportato non pochi problemi. Il ritorno in patria dei gruppi etnici in esilio ha riacceso vecchie tensioni, portando a scontri violenti. I contrasti hanno interessato soprattutto la regione Oromia, dove durante l’estate 2018 è rientrato il gruppo Oromo Liberation Front (OLF), precedentemente considerato un’organizzazione terroristica.

Il 16 settembre 2018, nella la città di Barayu, 58 persone hanno perso la vita e molte altre sono state costrette ad abbandonare le proprie case per via di scontri con gli ex dissidenti. Il 3 ottobre i disordini sono continuati nell’area occidentale di Benishangul-Gumuz, nella zona di Kamashi, provocando la morte di 44 persone e costringendo 70.000 cittadini ad abbandonare le proprie case. Tutto ciò ha contribuito a far salire il numero degli sfollati interni a 1,4 milioni, ovvero 200.000 in più rispetto alla Siria, secondo quanto riportato dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC). Tali cifre ha precisato il IDMC, rendono l’Etiopia il primo Paese al mondo per numero di sfollati. 

Nonostante Ahmed sia acclamato a livello internazionale per essere un riformatore, la sua politica interna si trova costretta a fare i conti con il federalismo etnico, sancito dalla Costituzione etiope del 1994, introdotta dall’allora premier Meles Zenawi. Il federalismo etnico nasce dalla divisione dell’Etiopia in 9 Stati regionali-etnici e due città-stato amministrate a livello federale. Nonostante in Etiopia siano presenti oltre 90 etnie, nel Paese esistono solo 9 assemblee regionali, corrispondenti agli Stati, che detengono il diritto di auto-amministrarsi e rappresentano le 9 etnie di maggioranza. Le minoranze, generalmente, sono confinate in distretti speciali che devono auto-amministrarsi. La Costituzione basa i diritti chiave degli etiopi non sulla cittadinanza, ma sull’appartenenza a uno dei nove Stati regionali. Ne consegue che la distribuzione delle terre, il diritto al lavoro e la rappresentanza negli organi locali e regionali vengono conferiti soltanto a coloro che sono originari dello Stato in questione. Al di fuori di esso, i cittadini etiopi sono soggetti a discriminazioni.

Per creare una maggiore coesione nazionale e porre fine ai violenti scontri etnici, Ahmed dovrebbe trovare il modo di eliminare le divisioni, passando da un federalismo etnico ad un federalismo territoriale. In un simile sistema, i diritti verrebbero conferiti ai cittadini non in base all’etnia di appartenenza, ma in base alla residenza, garantendo così l’eliminazione delle discriminazioni etniche.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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