Tensioni e morti a Gaza: Egitto e Israele negoziano un alleggerimento del blocco nella Striscia

Pubblicato il 1 aprile 2019 alle 9:20 in Israele Palestina

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Almeno 4 persone sono state uccise dal fuoco israeliano e centinaia sono rimaste ferite, durante le grandi proteste palestinesi che hanno segnato l’anniversario della Marcia di Ritorno, lungo il confine tra Israele e Gaza. Intanto, Hamas dichiara che l’Egitto sta negoziando una tregua, in cambio di un alleggerimento dell’embargo di Gaza. 

Tre ragazzi di 17 anni sono morti nella giornata di sabato 30 marzo e un uomo è stato ucciso durante la manifestazione principale di domenica 31 marzo. Altri 316 manifestanti sono stati feriti durante questo finesettimana di proteste. In questa situazione, le negoziazioni tra Egitto ed Israele stanno cercando di fermare gli scontri. La notizia è stata riportata dal quotidiano The New Arab, che cita le autorità di Gaza. Decine di migliaia di persone si sono radunate in cinque diverse aeree lungo la frontiera, ma la stragrande maggioranza si è tenuta lontana dalla recinzione di confine. Da parte sua, Israele ha schierato diverse migliaia di truppe lungo tale barriera. Tali forze armate sono autorizzate a sparare a chiunque si avvicini al confine. 

In tale contesto, l’Egitto ha cercato di mediare tra Israele e il governo di Gaza, guidato da Hamas, per frenare le violenze. Funzionari di Hamas hanno riferito che è stata raggiunta un’intesa secondo la quale Israele potrenne alleviare il paralizzante blocco aereo e terrestre che è stato imposto alla Striscia di Gaza dal 2006, in cambio della fine delle proteste. Una delegazione egiziana ha visitato il luogo dove i palestinesi si ritrovano a manifestare, a est di Gaza City, e hanno parlato con i leader di Hamas, Ismail Haniya e Yahya Sinwar. L’esercito israeliano ha riferito che circa 40.000 manifestanti si sono radunati in più punti lungo il confine, durante le proteste di questo weekend. Secondo le autorità israeliane, alcune granate e ordigni esplosivi sono stati lanciati contro le truppe dello Stato ebraico, che hanno risposto “secondo le procedure operative standard”. Il funzionario di Hamas, Bassem Naim, ha definito la protesta di sabato “un messaggio molto importante”, che migliaia di persone hanno voluto lanciare “pacificamente, alzando la voce contro l’aggressione e l’assedio imposto a Gaza”. Naim ha confermato che l’Egitto sta compiendo importanti progressi verso un accordo che vedrebbe Israele consentire l’accesso di più aiuti nella Striscia, provenienti dal Qatar, e il ritiro di alcune restrizioni. In cambio, Hamas manterrebbe le proteste di confine sotto controllo. Il presunto accordo non è stato commentato da alcuna autorità israeliana. 

L’area sta vivendo una delle più serie escalation degli ultimi mesi. Le violenze si sono intensificate lunedì 25 marzo, quando il lancio di un razzo a lunga distanza contro un’abitazione a nord di Tel Aviv, ha ferito 7 civili israeliani. Era dal 2014 che una zona così a nord di Israele non veniva colpita da un razzo proveniente dalla Striscia di Gaza. Citando gli attacchi missilistici palestinesi, Israele ha dichiarato che si riserva il diritto di colpire di nuovo e di tenere le proprie truppe e i propri carri armati radunati alla frontiera di Gaza. A seguito della tregua negoziata dall’Egitto, martedì 26 marzo, la situazione al confine è rimasta tesa, ma priva di violenze. Tuttavia, nella notte tra il 26 e il 27 marzo, due razzi lanciati da Gaza hanno innescato le sirene sul lato israeliano del confine; in risposta, l’esercito israeliano ha colpito diversi obiettivi, tra cui un complesso militare e una fabbrica di produzione di armi, appartenente al gruppo militante di Hamas, che governa sull’enclave palestinese di Gaza a seguito delle elezioni del 2006.

La Marcia del Ritorno si riferisce ad una serie di proteste iniziate a Gaza il 30 marzo 2018. Il progetto degli organizzatori della marcia prevedeva l’avvicinamento graduale alla barriera di sicurezza israeliana in una serie di manifestazioni che dovevano protrarsi fino al 15 maggio 2018, giorno in cui si celebra lo Yawm Al-Nakba, il Giorno della Catastrofe, in cui il popolo palestinese commemora l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio di Israele, avvenuto nel 1948. Tali proteste sono culminate il 14 maggio 2018, giorno del contestato trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, con la morte di più di 60 persone e il ferimento di 2.700 palestinesi che stavano manifestando al confine tra Gaza e Israele. In totale, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute palestinese, ammontano a circa 200 i palestinesi uccisi a Gaza per mano delle unità israeliane dall’inizio delle proteste, a fronte di un soldato israeliano ucciso da un cecchino palestinese.

Israele aveva ritirato truppe e coloni dall’enclave nel 2005, ma continua a mantenere uno stretto controllo delle sue frontiere terrestri e marittime, citando preoccupazioni per la sicurezza. Anche l’Egitto, sulla stessa linea, limita i movimenti dentro e fuori Gaza dai suoi confini. Sulla Striscia di Gaza è in vigore da circa 11 anni un embargo che ha portato i due terzi della popolazione a vivere in base agli aiuti che riescono a entrare nell’area, dove ci sono solo 4 ore di elettricità al giorno. Le Nazioni Unite hanno avvertito che il blocco israeliano è responsabile per aver provocato una situazione umanitaria “catastrofica”. Israele, da parte sua, giustifica il blocco imposto su Gaza, sostenendo che esso è necessario per isolare Hamas, contro il quale ha combattuto tre guerre dal 2008. Oggi, oltre 2 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, in un’area di 365 km². L’ONU afferma che oltre il 90% dell’acqua non è potabile e che i residenti dell’enclave sopravvivono con meno di 12 ore di elettricità al giorno. Alcuni analisti, citati da The New Arab, evidenziano che tali condizioni di vita disperate e la mancanza di libertà di movimento sono le forze trainanti dietro le proteste degli ultimi anni.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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