Filippine: protesta ufficiale contro la presenza di navi cinesi nel Mar Cinese meridionale

Pubblicato il 1 aprile 2019 alle 15:57 in Cina Filippine

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Le Filippine hanno presentato una protesta ufficiale per la presenza di oltre 200 imbarcazioni cinesi nei pressi di un’isola occupata da Manila, nel Mar Cinese meridionale.

Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha rafforzato i legami con la Cina sin dal suo insediamento, nel 2016, in cambio della promessa di miliardi di dollari in prestiti e investimenti da Pechino. Tuttavia, il Dipartimento degli affari Esteri di Manila ha protestato contro la presenza di navi cinesi vicino all’isola Thitu, occupata dalle Filippine, secondo quanto ha riferito il portavoce presidenziale, Salvador Panelo, in una conferenza stampa. Le autorità filippine non hanno specificato la tipologia di imbarcazioni presenti nell’area. L’ambasciatore cinese ha poi riferito che si trattava di barche da pesca. “Solo il fatto che siano lì e ci restino per una settimana, perché, cosa ci fanno lì?” ha chiesto Panelo. Non è chiaro presso quale organo le autorità filippine abbiano presentato la protesta.

Secondo quanto riferiscono le autorità militari, le Filippine hanno monitorato il passaggio di più di 200 barche cinesi nei pressi di Thitu, da gennaio a marzo di quest’anno. Filippine, Cina, Vietnam, Taiwan, Brunei e Malesia hanno rivendicazioni concorrenti di sovranità in quell’area del Mar cinese meridionale, una zona importante per il passaggio di oltre 3,4 miliardi di dollari di merci. Ci sono pescatori cinesi e filippini nelle acque contestate, ha riferito ai giornalisti Zhao Jianhua, ambasciatore della Cina nelle Filippine. Il diplomatico ha poi negato che i pescatori cinesi fossero muniti di armi da fuoco, come riportato dai media locali. Pechino e Manila gestiscono le questioni marittime attraverso canali amichevoli e diplomatici, ha continuato Zhao. “Non c’è da preoccuparsi di nessun tipo di conflitto”, ha aggiunto. 

L’annuncio della protesta arriva mentre le Filippine e gli Stati Uniti, alleati nell’area da decenni, hanno dato il via all’annuale esercizio militare congiunto, che coinvolge circa 7.500 soldati, compresi 50 militari australiani. Tali esercitazioni hanno lo scopo di migliorare la risposta ai disastri naturali. “L’esercizio non è diretto a nessuna minaccia e non riguarda alcuna preoccupazione per la sicurezza esistente”, ha riferito ai giornalisti il direttore dell’esercitazione militare, il Generale Gilbert Gapay. Il mese scorso, il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha assicurato alle Filippine che sarebbe accorso in difesa di Manila, se fosse stata attaccata nel Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, il 5 marzo, il segretario della Difesa delle Filippine, Delfin Lorenzana, ha dichiarato che il governo dovrebbe riesaminare il trattato decennale con gli Stati Uniti, al fine di evitare un potenziale conflitto armato con la Cina, proprio nel Mar Cinese Meridionale. Secondo le parole di Lorenzana, la sicurezza nella regione è divenuta “molto più complessa” da quando è stato firmato il Trattato di difesa reciproca da Washington e Manila, sessant’otto anni fa. Il segretario ha tenuto a precisare che “le Filippine non sono in conflitto con nessuno e non lo saranno in futuro”.

Il Mar Cinese Meridionale è un’area fortemente contesa tra gli Stati del Sud est asiatico. Questa, rivendicata in toto da Cina e Taiwan, parzialmente da Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, fornisce le rotte a un fiorente commercio del valore di circa 5.000 miliardi di dollari all’anno ed è ricca di giacimenti minerari. La Cina frequentemente ammonisce gli Stati Uniti e i loro alleati per le operazioni navali che svolgono vicino alle isole occupate dalla flotta di Pechino. Washington ha espresso preoccupazione per questo fenomeno, che ha chiamato “militarizzazione del Mar Cinese Meridionale”, poiché la potenza asiatica sta costruendo installazioni militari su isole artificiali e barriere coralline. La Cina difende le sue costruzioni perché necessarie per l’autodifesa, affermando poi che sono gli Stati Uniti ad aumentare le tensioni nella regione, inviando navi da guerra e aerei militari vicini alle isole rivendicate da Pechino. Da quando il presidente americano, Donald Trump, è entrato nella Casa Bianca, gli Stati Uniti stanno conducendo una politica più aggressiva, mandando frequenti pattuglie militari nelle acque contese. L’ultimo caso è avvenuto solamente l’11 febbraio scorso, quando due cacciatorpedinieri americani hanno viaggiato entro 12 miglia nautiche da Mischief Reef, nelle contestate Isole di Spratly.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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