Egitto: i partiti dell’opposizione si schierano contro gli emendamenti costituzionali

Pubblicato il 29 marzo 2019 alle 14:05 in Africa Egitto

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Una coalizione di partiti dell’opposizione egiziana ha affermato che i cambiamenti costituzionali che dovrebbero consentire al presidente Abdel Fattah al-Sisi di rimanere al potere fino al 2034 sarebbero pericolosi e aprirebbero la strada ad anni di “regime individuale assoluto”. Per questo i partiti stanno esortando la popolazione egiziana a votare contro di loro.

La stragrande maggioranza del Parlamento, dominata da sostenitori di al-Sisi, ha votato il mese scorso alcuni emendamenti alla Costituzione, con 485 dei 596 parlamentari a favore delle modifiche. La Camera darà la sua approvazione finale a metà aprile e a questa seguirà un referendum nazionale. Gli emendamenti proposti cambieranno i limiti del mandato presidenziale, estendendolo da 4 a 6 anni, rinnovabile fino a 2 volte, rafforzeranno il ruolo dei militari e aumenteranno il potere del presidente sul potere giudiziario. Si prevede inoltre che le nuove disposizioni valgano anche per al-Sisi il cui mandato attuale terminerà nel 2022.

I sostenitori di al-Sisi sostengono che tali cambiamenti sono necessari per dare più tempo al presidente per completare alcuni importanti progetti di sviluppo e rilevanti riforme economiche avviate durante il suo mandato. I suoi critici, invece, sono del parere che le modifiche non faranno altro che concentrare più potere nelle mani del leader, già accusato da numerosi gruppi per la difesa dei diritti umani di aver condotto continue repressioni alle libertà.

A partire dalla scorsa settimana, il Parlamento ha cominciato a tenere una serie di sessioni consultive sulle modifiche proposte. Contemporaneamente, il Movimento Democratico Civile (CDM), una coalizione di gruppi di opposizione laici e di sinistra, ha denunciato che le voci dissidenti sono state largamente escluse dalle discussioni parlamentari. Mercoledì 27 marzo, i partiti avevano chiesto di portare avanti un “dialogo vero” che implicasse un dibattito libero con la società civile. “Quello che sta succedendo non è un dialogo civile serio”, hanno dichiarato alcuni esponenti del gruppo la scorsa settimana, affermando che si tratterebbe di un “approccio che consacra la tirannia e spiana la strada per un dominio individuale assoluto destinato a durare per molti anni a venire”. Una richiesta di manifestazione contro gli emendamenti è stata respinta giovedì 28 marzo. Un portavoce del Parlamento, Ali Adel-Aal, ha dichiarato che non sussistevano valide motivazioni per la protesta e che il Parlamento è aperto ad “ascoltare tutte le opinioni”. Un altro rappresentante, Salah Hasaballah, ha respinto le critiche affermando che tutte le correnti politiche erano state invitate a partecipare alla discussione degli emendamenti e che “a tutti era concesso spazio per esprimere le proprie opinioni e riserve senza interferenze”.

I membri della Camera che hanno espresso opposizione agli emendamenti affermano di essere stati oggetto di campagne diffamatorie e intimidazioni. Hamdeen Sabahi, leader dell’opposizione della Corrente Popolare egiziana, ha riferito che centinaia di personalità dell’opposizione sono state arrestate da quando sono stati presentati gli emendamenti. Solo cinque leader del partito di opposizione avrebbero partecipato alla seconda serie di sessioni consultive questa settimana. Uno di loro, Mohamed Sami, del partito Karam, ha dichiarato di aver potuto esprimere la sua opinione ma ha anche chiarito che “non c’era un vero dialogo aperto e trasparente”. Un altro, Farid Zahraan, del Partito socialdemocratico, ha affermato che un dialogo adeguato è stato impossibile, dal momento che “ci si trova nel mezzo di una repressione senza precedenti del dissenso”. Il CDM si è detto incline a sollecitare la partecipazione delle persone al referendum, ma ha ribadito che respingerà con tutte le sue forze le proposte di cambiamenti costituzionali, le quali “demolirebbero ogni possibilità di creare uno Stato civile, democratico e moderno”.

Il 14 febbraio, il quotidiano americano The New York Times aveva altresì affermato che tali modifiche, una volta attuate, confermeranno la tendenza iniziata con la rivoluzione del 2011, ovvero la stabilizzazione di una leadership basata su una singola personalità che vuole mantenere il potere più a lungo possibile, magari fino alla morte. 

Nel novembre 2017, al-Sisi aveva giurato di non voler estendere la propria leadership e di non voler intervenire sulla Costituzione. Tuttavia, con le elezioni presidenziali dello scorso marzo, alle quali al-Sisi ha ottenuto il 97% dei voti, i suoi seguaci hanno iniziato a paventare la possibilità di un cambiamento costituzionale per estendere il suo potere. A loro avviso, tali cambiamenti erano necessari per introdurre riforme economiche per stabilizzare il Paese.

In seguito ai disordini politici del 2011, che hanno portato al rovesciamento del regime di Hosni Mubarak, al potere da 29 anni, hanno messo in ginocchio l’economia dell’Egitto, mettendo in crisi il ramo del turismo, allontanando gli investitori stranieri e riducendo anche la produttività. Da quando al-Sisi è salito al potere, l’8 giugno 2014, ha adottato una serie di riforme provocando un forte discontento tra i cittadini, che tuttavia non è mai sfociato in proteste violente per le strade del Paese. I rari casi in cui si sono svolti cortei, la polizia è prontamente intervenuta per sedarli.

Fin dall’inizio, il governo di al-Sisi ha mostrato il pugno di ferro, vietando le proteste non autorizzate e imprigionando migliaia di persone per reprimere massicciamente ogni forma di dissenso. L’ex capo dell’esercito ha condotto, durante tutto il suo mandato, un’ampia repressione che ha travolto islamisti e oppositori liberali. Almeno 60.000 persone sono state incarcerate, secondo i dati riportati dall’ONG Human Rights Watch. Al-Sisi ha negato di detenere prigionieri politici e i suoi sostenitori sostengono che le misure introdotte sono state necessarie per stabilizzare l’Egitto dopo la rivolta del 2011. Dalla cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio 2013, le autorità egiziane hanno altresì lanciato una dura repressione contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terrorista nel dicembre 2013, e contro tutti gli oppositori politici.

Nonostante le denunce avanzate dalle organizzazioni che difendono i diritti umani, come Amnesty International, l’Egitto continua a godere del supporto di numerosi alleati, sia tra i paesi arabi sia tra quelli occidentali, i quali lo considerano un baluardo contro la militanza islamista, Il presidente americano, Donald Trump, ad esempio, ha definito al-Sisi “una persona fantastica”, mentre il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha lodato le sue politiche nel corso di una visita al Cairo nel mese di gennaio. Allo stesso modo, recentemente, durante il viaggio del presidente Emmanuel Macron nel Paese nordafricano, la Francia ha concluso accordi sulle armi con l’Egitto.

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Chiara Gentili

di Redazione

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