La crisi dei missili tra Stati Uniti e Turchia

Pubblicato il 27 marzo 2019 alle 6:01 in Approfondimenti Turchia USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il graduale avvicinamento della Turchia alla Russia preoccupa gli Stati Uniti, i quali non vogliono che uno dei loro alleati chiave in Medio Oriente, peraltro membro della NATO dal 1952, sbilanci gli equilibri geopolitici a favore di Mosca. Con l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria e di parte dei soldati dall’Afghanistan, il 19 dicembre 2018, Trump ha avviato il graduale disimpegno americano da quello che è forse il teatro più caldo del pianeta, dando una svolta alla politica estera americana per orientarla a controbilanciare l’influenza internazionale della Cina e della Russia. Come chiarito nel documento sulla Strategia della Difesa Nazionale, rilasciato nel gennaio 2018, Pechino e Mosca, definiti “poteri revisionisti”, costituiscono la sfida principale alla sicurezza degli USA.

La Turchia ha iniziato la svolta strategica verso la Russia ufficialmente il 12 settembre 2017, con la firma di un accordo militare con Mosca per l’acquisizione del sistema di difesa missilistico S-400, del valore di 2,5 miliardi di dollari. La conclusione di tale accordo è avvenuta in un momento di tensione tra la Turchia e gli Stati Uniti per via dell’appoggio americano ai combattenti curdo-siriani delle People’s Protection Units (YPG), nel conflitto in Siria. Le YPG, fazione delle Syrian Democratic Forces (SDF), sono un alleato chiave degli USA nella lotta contro l’ISIS, mentre Ankara le considera un’organizzazione terroristica legata al Kurdistan Workers’ Party (PKK). L’appoggio americano ai combattenti curdi era stato ordinato da Barack Obama ed è stato poi confermato anche dall’amministrazione Trump, la quale, il 9 maggio 2017, ha ordinato un ingente invio di armi alle YPG ignorando le continue proteste della Turchia.  

Con la firma dell’accordo militare con la Russia, la Turchia ha voluto effettuare uno strappo nei confronti degli USA e, più in generale, dell’Occidente, conseguenza di un deterioramento dei rapporti successivo al   fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016. L’impresa, secondo Erdogan, era stata architettata dal chierico turco, Fetullah Gulen, in esilio volontario negli Stati Uniti da circa 20 anni, che tuttavia ha sempre smentito il proprio coinvolgimento. La sua mancata estradizione in Turchia costituisce un ulteriore elemento di tensione con Washington.

Gli Stati Uniti non vogliono che Ankara installi il sistema di difesa missilistico russo per diverse ragioni. In primo luogo, l’armamento russo non è compatibile quelli della NATO, di cui è munita la Turchia. In secondo luogo, l’installazione di un sistema russo in un Paese membro dell’alleanza atlantica permetterebbe a Mosca di avere accesso a informazioni riservate della NATO, conferendole un vantaggio strategico. In terzo luogo, Washington vuole evitare che la Turchia disponga, nello stesso tempo, di un sistema militare russo e di jet da guerra americani F-35, di cui Ankara produce alcune componenti. Secondo il sito di informazione sulle industrie aeronautiche e aerospaziali Flight Global, 10 industrie turche producono pezzi usati per assemblare gli F-35, la cui casa madre è l’impresa americana Lockheed Martin.

A inizio marzo il comandante supremo delle operazioni alleate della NATO, Curtis Scaparrotti, ha affermato che, nel caso in cui la Turchia procedesse con l’acquisto degli S-400, consiglierebbe al Pentagono di sospendere il programma degli F-35. Cercando di persuadere Erdogan a non acquisire il sistema di difesa missilistico russo, gli USA hanno offerto alla Turchia la possibilità di acquistare il sistema di difesa aerea Patriot. Da parte sua, la Turchia ha dichiarato che non farà marcia indietro, ma ha riferito che valuterà l’offerta americana soltanto se i termini dell’offerta verranno rivisti.

L’S-400, in servizio dal 2007, si presenta come il sistema missilistico di difesa aerea più avanzato al mondo. Il suo rivale più vicino è il sistema americano Patriot, in servizio invece dal 1984 e aggiornato gradualmente negli anni. Mentre il Patriot è stato testato più volte in scenari di guerra, presentando alcune criticità, l’S-400 non è mai stato ancora impiegato in battaglia. Entrambi i sistemi sono in grado di abbattere sia gli aerei sia i missili balistici, con alcune differenze tecniche. Mentre l’S-400 può abbattere bersagli che si muovono alla distanza di 400 km, il sistema Patriot è in grado di abbattere solo aerei che si trovano a 180 km di distanza e missili a 100 km. Inoltre, mentre il sistema russo può colpire contemporaneamente 72 obiettivi e tracciarne altri 160, quello americano può colpirne 36 e tracciarne 125.

La Cina, contro cui la strategia di difesa nazionale americana è orientata, nel 2015, è stato il primo Paese a concludere un contratto del valore di 3 miliardi di dollari con il governo russo per procurarsi il sistema S-400, che ha poi testato con successo lo scorso 27 dicembre. Allo stesso modo, alla fine di settembre 2018, l’India, con cui gli USA condividono l’obiettivo strategico di contenere e contrastare l’avanzata della Cina sulla scena internazionale, ha firmato un accordo da oltre 5 miliardi di dollari con la Russia per acquisire 5 batterie del medesimo sistema di difesa missilistico, andando contro gli interessi americani.

A Cina, India e Turchia si aggiungono l’Arabia Saudita e il Qatar che, recentemente, hanno mostrato interesse per l’acquisto del sistema S-400 dalla Russia. Dal momento che gli Stati Uniti intrattengono buoni rapporti sia con l’Arabia Saudita, che è il principale alleato in Medio Oriente, sia con il Qatar, dove è presente la base militare statunitense di al-Udeid, uno dei centri per le operazioni contro l’ISIS nella regione, l’interesse di Riad e Doha nei confronti del sistema russo non è gradito a Washington.  

A destare le maggiori preoccupazioni, è l’iniziativa del Qatar. Le sue relazioni con la Russia sono cresciute in seguito alla crisi con l’Arabia Saudita. Il 5 giugno 2017, Riad, insieme a Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto, ha imposto un embargo contro Doha, accusandola di sostenere e finanziare diverse organizzazioni terroristiche e di essere eccessivamente vicina all’Iran, principale rivale regionale del regno saudita. Da parte sua, il Qatar ha sempre negato le accuse, ma si è trovato in una grave condizione di isolamento. I confini terrestri e marittimi del Paese sono stati chiusi, i collegamenti aerei sospesi e i cittadini qatarini espulsi dagli Stati sostenitori dell’embargo.

Doha, trovandosi isolata, si è avvicinata a Mosca. Recentemente, i due Paesi hanno concluso un accordo del valore di 11,5 miliardi di dollari che porterà all’acquisizione, da parte del Qatar, del 20% della compagnia petrolifera di Stato russa, Rosneft. Lo scorso ottobre, invece, Doha e Mosca avevano concluso una serie di accordi miliari.

L’Arabia Saudita e la Russia, la cui collaborazione appare impossibile per le diverse alleanze regionali, hanno trovato invece un terreno di incontro nell’ambito del mercato globale del petrolio e degli investimenti. In seguito al collasso del prezzo del petrolio, avvenuto tra la metà del 2014 e l’inizio del 2016, i due Paesi produttori, negli ultimi anni, hanno concluso una serie di accordi per diminuire la produzione del greggio per risollevare il mercato. Il fondo di investimento sovrano russo (RDIF), il 17 gennaio, ha annunciato che accrescerà significativamente i suoi investimenti in Arabia Saudita nel corso del 2019.

 Per il momento, la reazione di Trump si è limitata all’annuncio di voler porre fine al trattamento commerciale preferenziale (GSP) all’India e alla Turchia, accusando i due Paesi di aver danneggiato ingiustamente gli interessi americani. Il GSP è un programma che concede agli Stati in via di sviluppo un accesso facilitato al mercato statunitense. Trump ha giustificato la mossa riferendo che il governo indiano non ha assicurato agli USA un accesso equo e ragionevole ai mercati indiani, adottando invece una serie di misure e barriere che hanno avuto effetti negativi sul commercio americano. La Turchia invece, secondo Trump, essendo ormai sufficientemente sviluppata sul piano economico, non presenta più i prerequisiti per far parte del GSP, di cui godeva dal 1975.

Il prossimo passo dell’amministrazione americana per punire la Turchia e l’India potrebbe essere l’adozione di sanzioni nei loro confronti, in base alla legge Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA), firmata nel 2017 dagli Stati Uniti per esercitare pressione sulla Russia a causa del suo coinvolgimento nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, dell’aggressione in Ucraina e della sua partecipazione alla guerra civile siriana. L’ultima volta che gli USA hanno fatto ricorso alla legge CAATSA è stato il 21 settembre 2018, quando Washington ha sanzionato la Cina per aver acquistato equipaggiamento militare dalla Russia, tra cui il sistema di difesa S-400.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Sofia Cecinini

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.