Colombia: la riforma della giustizia riapre il dibattito sul processo di pace

Pubblicato il 26 marzo 2019 alle 6:30 in America Latina Colombia

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Le divisioni sul processo di pace e sugli accordi con le FARC raggiunti nel 2016 all’Avana non erano mai del tutto scomparse dalla vita pubblica colombiana, ma negli ultimi mesi erano rimasta sullo sfondo del dibattito politico, incentrato sui grandi temi del caso Odebrecht, che coinvolge due ex presidenti, Manuel Santos e Álvaro Uribe, e della grave crisi venezuelana. 

La decisione del presidente, Iván Duque, di riformare il tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra ha riaperto il dibattito sul processo di pace, che è più di una semplice discussione politica e tocca temi che colpiscono direttamente centinaia di migliaia di colombiani. La parziale rottura di uno degli impegni assunti all’Avana dal precedente governo di Juan Manuel Santos e la revisione di una legge già esaminata dalla Corte costituzionale apre uno scenario imprevedibile.

Ciò che la riforma mette in discussione dell’accordo con la ex-guerriglia sono sei dei 159 articoli dello statuto della Giurisdizione speciale per la pace (JEP). Sulla carta, problema minore, tecnico e insufficiente a suscitare passioni. Non è così, perché intorno a quel sistema della giustizia, che indaga tutti gli attori del conflitto, dagli ex guerriglieri ai militari, è stato costruito il discorso di riconciliazione che sostiene gli accordi. Nelle parole della presidente della JEP, Patricia Linares, è “un tribunale per i diritti umani che applica una giustizia riparatrice”. Una premessa necessaria per la transizione, dopo oltre mezzo secolo di violenze, 250.000 morti e otto milioni di vittime. 

Iván Duque ha presentato due settimane fa obiezioni formali alla legge che regola il funzionamento del tribunale speciale con l’aspirazione, secondo quanto ha dichiarato, di migliorarne il modello. In almeno due casi, queste obiezioni possono avere conseguenze sui delicati equilibri del partito nato dalle FARC, la Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune, che occupa alcuni seggi al Congresso di Bogotà sin dallo scorso luglio. I punti in questione riguardano l’estradizione degli ex-combattenti, un’eventuali che attualmente non è previstase gli imputati collaborano con il sistema giudiziario, e i crimini commessi dopo la firma dell’accordo. Sullo sfondo c’è una controversia politica ancora irrisolta, che riguarda l’ex comandante delle FARC Jesús Santrich detenuto da ormai oltre un anno con l’accusa di traffico di droga e la cui estradizione è stata richiesta dalla magistratura degli Stati Uniti. 

Il presidente Duque ha anche proposto una riforma costituzionale che escluda i crimini sessuali contro i minori dal sistema di giustizia speciale, per affidarli alla giustizia ordinaria, che definisca la perdita di tutti i benefici se c’è reiterazione di un crimine e che trasferisca ai tribunali ordinari i casi di comportamento illegale iniziati prima dell’accordo di pace e continuati dopo la firma. Sono tutte riforme che Duque aveva promesso in campagna elettorale e anche dopo l’elezione. Le critiche al processo di pace e ad alcuni punti controversi in particolare sono valse a Duque l’elezione alla presidenza di un paese che, chiamato alle urne per ratificare l’accordo, aveva votato No, costringendo l’allora presidente Santos a un nuovo round negoziale e alla firma di un patto che non prevedesse il ricorso al referendum.

Secondo il parere degli ex negoziatori di pace, tuttavia, la proposta di Duque mette in discussione l’essenza degli accordi e ostacola il funzionamento del tribunale. 

 

di Redazione

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