Navi USA attraversano lo Stretto di Taiwan

Pubblicato il 25 marzo 2019 alle 10:26 in Taiwan USA e Canada

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Due navi della Marina militare e della Guardia Costiera americana hanno attraversato lo Stretto di Taiwan, secondo quanto hanno riferito fonti militari, in un gesto di supporto all’isola che non risulta gradito alla Cina.

Le due navi in questione sono il cacciatorpediniere Curtis Wilbur e il cutter Bertholf, della Guardia Costiera, secondo quanto ha dichiarato la Mariana militare americana. “Il transito delle navi attraverso lo Stretto di Taiwan dimostra l’impegno degli Stati Uniti verso un oceano Indo-Pacifico libero e aperto”, si legge nella nota della autorità americane. “Gli Stati Uniti continueranno a volare, navigare e operare ovunque le leggi internazionali lo consentano”, continua il documento.

Il ministero della Difesa di Taiwan ha riferito che le navi sono passate attraverso lo stretto da sud-ovest hanno proceduto in direzione nord. Non c’è stata una reazione immediata da parte della Cina. Tuttavia, il passaggio delle navi americane nell’area arriva in un momento di crescenti attriti tra Taipei e Pechino. Infatti, il 20 febbraio, il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, aveva lanciato un appello alla comunità internazionale, lamentando le crescenti pressioni da parte di Pechino. In un’intervista esclusiva con la CNN di mercoledì 20 febbraio, Tsai aveva dichiarato che la minaccia militare rappresentata dalla Cina stava crescendo “ogni giorno”, in linea con la politica estera del suo presidente, Xi Jinping. La presidentessa, ai microfoni dell’emittente, ha dichiarato: “se oggi Taiwan esiste, ci si dovrebbe chiedere quale sarà il prossimo Stato. Qualsiasi Paese della regione, se non vuole più sottomettersi alla volontà della Cina, dovrà affrontare minacce militari”. 

Le forze armate di Taiwan hanno monitorato il passaggio delle navi americane per “assicurare la stabilità regionale e la sicurezza della regione”, ha riferito il ministero della Difesa, aggiungendo che nulla di straordinario è accaduto e non c’è motivo di allarme. Il presidentessa di Taiwan si recherà alle Hawaii questa settimana, alla fine di un tour del Pacifico. Washington non ha legami formali con l’isola, ma rappresenta il principale importatore di armamenti bellici del Paese. Secondo il Pentagono, Washington ha venduto a Taiwan oltre 15 miliardi di dollari in armi, dal 2010.

Da parte sua, la Cina ha aumentato la pressione sull’isola, nel tentativo di affermare la sua sovranità sull’area. Infatti, Pechino ha ripetutamente inviato aerei militari e navi nei pressi di Taiwan e ha lavorato per isolare l’isola a livello internazionale, riducendone i pochi rimanenti alleati diplomatici. L’agenzia di intelligence per la Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto, a gennaio del 2019, che descrive Taiwan come il “driver principale” per la modernizzazione militare della Cina.

In tale contesto, è importante sottolineare che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono complicati dalla guerra commerciale iniziata, il 23 marzo 2018. A seguito dello scadere dei termini della tregua tra i due Paesi, prevista per il 1 marzo, durante la quale non si sono ulteriormente alzati i dazi, la situazione risulta ancora incerta. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riferito che i negoziati con la Cina stanno procedendo e che un accordo finale “probabilmente ci sarà”. Il presidente americano ha poi aggiunto che la sua esortazione a mantere le tariffe sulle importazioni di merci cinesi, non significava che i colloqui siano falliti. Il supporto americano all’isola di Taiwan potrebbe mettere a rischio gli equilibri, già complessi, della regione.

I rapporti tra l’isola di Taiwan, che gode di una indipendenza de facto, ma viene considerata dalla Cina continentale una sua provincia, e il Continente cinese non sono mai stati semplici, da quando, nel 1949 il governo cinese del Partito Nazionalista (Quomindang) è fuggito da Pechino trovando rifugio sull’isola di Taiwan, alla fine della guerra civile con il Partito Comunista che fondava, nello stesso anno, la Repubblica Popolare Cinese. Sebbene l’isola abbia continuato ad avere un suo governo eletto e indipendente rispetto a quello di Pechino, tuttavia la Cina Continentale continua a vederla come una sua provincia a statuto speciale e a regolare i suoi rapporti internazionali secondo il principio “una sola Cina”. Pechino non ha mai escluso l’uso della forza al fine di portare l’isola di nuovo sotto il suo controllo.

Il principio “una sola Cina” riconosce l’unità territoriale della Cina, nonostante la presenza di due governi distinti. A livello internazionale, con la risoluzione 2758 delle Nazioni Unite del 1971, è stato sancito il riconoscimento del governo di Pechino come unico rappresentante dell’intera Cina, compresa l’isola di Taiwan. Il principio è stato riconosciuto anche dagli Stati Uniti nel 1979, quando i rapporti diplomatici tra Pechino e Washington vennero ufficialmente allacciati. Dopo vent’anni di silenzio e tensione tra i due lati dello stretto, Taiwan e Pechino hanno sancito una tregua e visto il rinascere del commercio bilaterale con il cosiddetto “Consenso del 1992”.

Il Consenso prevede una lettura più morbida del principio una sola Cina. Esiste, sì, una sola Cina, ma il governo della Repubblica Popolare e quello di Taiwan interpretano – in base alla loro propria definizione – quale l’unica Cina sia: il continente o l’isola di Taiwan. Ciò vuol dire che per Taiwan la Repubblica di Cina è l’unica Cina esistente, per Pechino lo è la Repubblica Popolare. Vista la mancanza di una univoca definizione di “Cina”, in molti hanno criticato il Consenso. Nel 2015 i legami tra Pechino e Taipei hanno visto una significativa svolta con un incontro diretto tra il presidente cinese Xi Jinping e l’allora presidente di Taiwan, Ma Yingjiu, leader del Partito Nazionalista e simpatizzante del continente. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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