USA espellono consigliere della Sicurezza Nazionale afghano dai colloqui per la pace

Pubblicato il 19 marzo 2019 alle 13:55 in Afghanistan USA e Canada

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I funzionari statunitensi non tratteranno più con il consigliere per la Sicurezza Nazionale afghano, Hambdullah Mohib. La notizia è stata riferita al presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, da un alto rappresentante americano, martedì 19 marzo, ed è poi stata resa pubblica dall’agenzia di stampa Reuters.

Le motivazioni addotte alla “squalifica” di Mohib dai colloqui per il processo di pace in Afghanistan tra governo di Kabul, USA e talebani risalgono a una conferenza stampa tenutasi a Washington il 14 marzo, dove il funzionario ha accusato l’inviato speciale degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, di “delegittimare” il governo afghano escludendolo dai negoziati di pace con i talebani e agendo come un “viceré”. Mohib ha accusato Khalilzad anche di aver creato un vuoto informativo riguardo ai colloqui di pace con i ribelli talebani. Secondo il rapporto pubblicato dall’agenzia di stampa Reuters, il giorno dopo la conferenza stampa, David Hale, il sottosegretario di Stato americano per gli Affari Politici, ha comunicato a Ghani in una telefonata che Mohib non sarebbe più stato accolto a Washington e che i funzionari civili e militari statunitensi non si sarebbero più seduti a un tavolo con lui. La fonte di Reuters, un ex alto ufficiale afghano in anonimato, ha dichiarato che, secondo lui, la mossa statunitense serve da spinta per indurre Ghani a chiedere le dimissioni del consigliere.

Il Dipartimento di Stato americano ha rifiutato di commentare e non è stato possibile  raggiungere un rappresentante dell’ambasciata afghana a Washington.

Le osservazioni di Mohib sugli sforzi di pace del negoziatore capo statunitense, Khalilzad, hanno suscitato più reazioni, tra le quali anche quelle di analisti che hanno sostenuto la sua posizione. L’ambasciatore afghano in India ed ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, Shaida Mohammad Abdali ha definito le parole della conferenza stampa a Washington “emotive” e ha criticato l’operato di Mohib, affermando che tali commenti non giovano al Paese. Abdali, in un’intervista a TOLONews, ha ribadito che “prendere posizioni a nome del governo afghano non dovrebbe essere basato sulle emozioni, ma dovrebbe essere basato sugli interessi nazionali”, aggiungendo che, durante i suoi 18 anni di missione al governo, ha assistito a molte posizioni adottate per sentimento e dunque si dovrebbe imparare dagli sbagli passati. L’ufficio di un altro passato consigliere per la Sicurezza Nazionale ed ex ministro degli Interni, Haneef Atmar, ha commentato in una nota che le osservazioni di Mohib contraddicevano gli sforzi di pace e potenzialmente rovinavano il tentativo di dialogo intra afghano. Alcuni analisti e parlamentari, tuttavia, hanno sostenuto le osservazioni di Mohib e hanno affermato che il consigliere ha semplicemente rivelato le realtà dei colloqui di pace. Un docente universitario dell’università di Kabul, Ahmad Saeedi, ha affermato che “a causa dei disordini in Afghanistan, non si possono sfidare gli americani perché ci sono altri nemici in attesa di attaccare”,

L’ex rappresentante speciale statunitense per l’Afghanistan e il Pakistan, Daniel Feldman, nel frattempo, ha affermato che questioni come questa non dovrebbero avere un impatto negativo sulla relazione tra i due Stati.

Il quinto round di colloqui tra i negoziatori talebani e statunitensi a Doha, in Qatar,si è concluso dopo 16 giorni, il 12 marzo, con nessun miglioramento alla bozza d’accordo, risultato del quarto incontro, che riguarda due delle quattro questioni chiave in discussione, elencate in un tweet di Zhalilzad stesso. Quelle su cui le parti si sono accordate sono il ritiro delle truppe dal territorio e la promessa di non trasformare l’Afghanistan in una base strategica terroristica. Le altre due riguardano il dialogo intra afghano e il cessate a fuoco permanente.

Il rappresentante americano, a fine delle due settimane di colloqui, ha dichiarato che le condizioni per la pace sul territorio sono migliorate e che è chiaro che tutte le parti vogliono porre fine alla guerra, aggiungendo che, nonostante gli alti e bassi, si sono compiuti “passi da gigante”. Khalilzad ha poi affermato che quando la bozza d’accordo sulla tempistica del ritiro e sulle misure antiterrorismo sarà completato, i talebani e i rappresentanti afghani, incluso il governo di Kabul, avvieranno negoziati intra afgani su una soluzione politica e la fine delle ostilità.

Da decenni, l’Afghanistan è caratterizzato da una profonda instabilità politica. In seguito al crollo del regime sovietico, i talebani si sono affermati come gruppo dominante e, alla fine di una sanguinosa guerra civile tra diversi gruppi locali, hanno governato gran parte dell’Afghanistan dal 1996. Dopo essere stati abbattuti dagli americani, in seguito all’invasione del 2001 e all’intervento della NATO nell’agosto 2003, i talebani sono tornati a essere un gruppo insurrezionale che compie numerose offensive per destabilizzare il Paese e riprendere il controllo del governo.

Circa 14.000 unità militari americane sono attualmente stanziate in Afghanistan e fanno parte della missione NATO locale a guida USA; esse addestrano, assistono e consigliano le forze nazionali, e si occupano di operazioni antiterrorismo. A dicembre, un funzionario USA aveva comunicato che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva in programma di ritirare oltre 5.000 soldati dall’Afghanistan. Durante la sua campagna presidenziale del 2016, Trump aveva dichiarato di voler concentrarsi maggiormente sulle questioni interne rispetto ai conflitti stranieri. Tuttavia, l’improvviso annuncio di Trump a dicembre di ritirare le forze americane dalla Siria e dall’Afghanistan ha allarmato alleati e funzionari americani che ancora giudicano lo Stato islamico una minaccia. La volontà di dimezzare la presenza dell’esercito a Kabul è stata ribadita martedì 5 febbraio nel discorso sullo stato dell’Unione, dove il presidente ha elogiato il lavoro della sua amministrazione nell’accelerare i colloqui di pace per un accordo politico in per porre fine alla guerra più lunga d’America.

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di Redazione

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