Turchia annuncia operazione militare congiunta con l’Iran contro il PKK

Pubblicato il 19 marzo 2019 alle 10:46 in Iran Turchia

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La Turchia e l’Iran hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro i ribelli curdi che si trovano lungo il confine orientale turco. 

Suleyman Soylu, ministro degli Interni turco, ha dichiarato che l’offensiva ha avuto inizio lunedì 18 marzo e ha preso di mira il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). “Alle 8:00 di questa mattina, abbiamo avviato un’operazione con l’Iran contro il PKK sul nostro confine orientale”, ha riferito in un comizio, nella città mediterranea di Antalya. “Vi faremo sapere il risultato”, ha poi aggiunto. Soylu, che è stato il primo a parlare di tale offensiva, pianificata il 6 marzo, non ha fornito ulteriori dettagli. Per quanto riguarda, però, la controparte iraniana, l’agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Islamica, l’IRNA, citando una fonte anonima dell’esercito, ha riferito che le forze iraniane non sono state coinvolte nell’offensiva. Il PKK opera in Turchia, nel nord dell’Iraq e fa parte dell’Unità di protezione popolare (YPG) in Siria, dove è stato molto attivo nella lotta all’ISIS. Il PKK ha anche una sezione iraniana, il Kurdistan Free Life Party (PJAK), che ha combattuto a fianco di Teheran in numerose occasioni, fin dal 2004. 

Tale gruppo è tuttavia considerato una “organizzazione terroristica” da Ankara e da molti Paesi occidentali ed ha effettuato attacchi ai danni dello stato turco per oltre tre decenni. Alla base di tale conflittualità c’è una continua ricerca di autonomia da parte della minoranza curda del Paese. In questi decenni, decine di migliaia di persone sono state uccise in numerosi scontri causati da entrambe le parti. I colloqui di pace tra il PKK e Ankara sono falliti nel 2015 e l’esercito turco ha intensificato gli assalti aerei e terrestri contro il gruppo, sia in Turchia che nel nord dell’Iraq, dove si trova la base principale del partito curdo. L’esercito turco ha anche lanciato due operazioni nel nord della Siria, lo Scudo Eufrate nel 2016 e l’operazione Ramo d’Ulivo nel 2018, volte ad impedire che le YPG rafforzassero il controllo del territorio lungo il confine meridionale della Turchia. Inoltre, Ankara ha persuaso la Russia a escludere l’ala politica del YPG dai colloqui di pace in Siria con i gruppi di opposizione. La Turchia ha, infatti, sottolineato l’esistenza di un accordo con il governo siriano, risalente al 1998, che non avrebbe consentito al PKK di operare in Siria. L’influenza turca sul governo siriano, oggi, è rafforzata dal fatto che Ankara, Mosca e Teheran hanno supportato il presidente Bashar Al-Assad durante la guerra civile in Siria. 

Lunedì 18 marzo, il capo dello personale militare iraniano, il generale Mohammad Bagheri, si è recato a Damasco per discutere della lotta al “terrorismo” con i suoi omologhi siriani e iracheni, secondo quanto hanno riferito i media locali. La situazione nei territori controllati dai curdi è complicata dalla presenza statunitense. Infatti, secondo il quotidiano Al-Jazeera, la presenza di truppe USA in Siria ha finora impedito ad Ankara di effettuare attacchi su larga scala contro le forze curde locali. I curdi infatti costituiscono la spina dorsale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), il principale alleato degli Stati Uniti in Siria contro lo Stato Islamico. Con il supporto delle forze aeree e degli armamenti statunitensi, le SDF ha ridotto il controllo dell’ISIS nella Siria nord-orientale ad una piccola area di territorio, nei pressi del confine iracheno. Tuttavia, la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di ritirare le forze statunitensi dalla Siria, annunciata a dicembre del 2018, potrebbe cambiare questi equilibri. Infatti, dall’inizio del 2019, la Turchia ha ripetutamente minacciato di attaccare le forze curde in Siria. 

Nel frattempo, domenica 17 marzo, anche l’esercito iracheno si è scontrato con i combattenti del PKK, a Sinjar, nei pressi del confine con la Siria. Il notiziario Kurdistan24 ha, però, riferito che sono stati alcuni combattenti non identificati ad attaccare le guardie di frontiera iraniane. La situazione attuale, secondo gli esperti del quotidiano qatariano, potrebbe aggravarsi ulteriormente per la popolazione curda, all’indomani della fine della lotta all’ISIS. Infatti, i ribelli curdi potrebbero affrontare una dura repressione nei quattro Paesi in cui sono presenti: Turchia, Iraq, Siria e Iran. In assenza di ulteriori dettagli sulla presunta operazione congiunta Turchia-Iran contro il PKK, Paul Levin, direttore dell’Istituto universitario per gli studi turchi dell’Università di Stoccolma, ha affermato che “potrebbe trattarsi dello stesso conflitto a bassa intensità che abbiamo visto per anni”. Tuttavia, “in caso contrario, una lotta a tre fronti da parte di Iraq, Turchia e Iran sarebbe difficile da sostenere per il PKK e le sue forze alleate nella regione”, ha poi concluso l’esperto. Dopo la guerra civile siriana, la regione non sembra ancora raggiunto un limite massimo di conflittualità.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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