Trump è responsabile delle stragi suprematiste?

Pubblicato il 18 marzo 2019 alle 9:45 in Il commento Nuova Zelanda

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Tutte le volte che si verifica un massacro suprematista, Trump è in difficoltà. La sua immagine appare su tutti i media americani, i quali si chiedono se possa essere ritenuto moralmente responsabile delle stragi ed, eventualmente, in quale misura. Il “New York Times”, un quotidiano molto ostile a Trump, ha pubblicato un articolo di Wajahat Ali, il quale scrive, testualmente, che tutti coloro che hanno contribuito ad alimentare la paura dei musulmani hanno le mani sporche di sangue (“blood on their hands”). L’articolo prosegue con una considerevole quantità di citazioni di Trump ostili ai musulmani. Coloro che difendono Trump, invece, non hanno dubbi sulla sua innocenza. Trump – dicono – ha condannato il gesto di Brenton Tarrant in una telefonata alla giovane premier della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, e le sue dichiarazioni pubbliche sono state le più dure possibili. La questione non è facile da risolvere perché può essere affrontata soltanto con una grande dose di equilibrio, una virtù per lo più estranea al mondo della politica, dominato dalla lotta per la conquista e la conservazione del potere. Va da sé che la logica di chi lotta non è la logica di chi vuole comprendere. Per lottare, bisogna condannare; per comprendere, bisogna osservare. Se osserviamo i fatti in modo distaccato, vediamo che le stragi suprematiste precedono l’ascesa di Trump e di gran lunga. Anzi, possiamo dire che le più sanguinose stragi razziste sono avvenute in Paesi governati da uomini progressisti aperti agli immigrati e al multiculturalismo. Anders Breivik entrò in azione il 22 luglio 2011. Alla Casa Bianca sedeva Barak Obama, il primo presidente afro-americano. L’orrenda strage di Firenze del 13 dicembre 2011 è avvenuta per mano del neofascista Gianluca Casseri, sempre sotto Obama e, per di più, sotto il governo di Mario Monti. Già rettore della Bocconi dal 1989 al 1994, Monti rappresenta un inno alla moderazione e all’apertura verso la diversità culturale. Quanto a Timothy Mc Veigh, è celebrato da molti pericolosi neonazisti, come Brandon Russell, tra i fondatori del gruppo “Atomwaffen Division”, recentemente arrestato. Timothy Mc Veigh causò 168 morti e 680 feriti con la strage di Oklahoma del 19 aprile 1995, il peggiore attentato terroristico sul territorio americano fino all’attentato dell’11 settembre 2001. Nel giorno della strage, il presidente degli Stati Uniti era il democratico Bill Clinton, grande oppositore di Trump. Insomma, l’osservazione dei fatti, se non è distorta dalla lotta per il potere, mostra che i terroristi suprematisti esistono indipendentemente da Trump. Colpivano prima che entrasse in politica e continueranno a colpire anche quando sarà tramontato. Dunque, nonostante alcuni suprematisti mostrino ammirazione o simpatia per Trump, incluso Tarrant, il vero problema non è Trump, ma il suprematismo, che dovrebbe essere analizzato come fenomeno culturale a sé stante capace di sopravvivere nei decenni. Una delle ragioni della sua sopravvivenza, e della sua sostanziale indifferenza a chi governa gli Stati Uniti, è data da un fenomeno sociologico che prende il nome di “incapsulamento sociale”. Gli “incapsulati sociali” sono individui con idee violente e devianti che però tendono a non condividere con nessuno, se non con altri individui animati dalle stesse fobie paranoiche. L’incapsulamento sociale è un modo di organizzare la vita quotidiana che impone di evitare il più possibile il contatto con il mondo esterno. L’incapsulato sociale pensa che il mondo sia un luogo corrotto e corruttore dal quale bisogna tenersi alla larga per non correre il rischio del “contagio spirituale”. È ciò che nel modello DRIA – il modello che ho elaborato nei miei libri per spiegare i processi di radicalizzazione verso il terrorismo di vocazione – ho chiamato “alienazione dal mondo circostante”. L’incapsulamento sociale estingue il “feedback negativo”, che è l’insieme dei giudizi negativi degli altri nei confronti delle nostre idee perverse e maniacali. Se impedisco al mondo di venire in contatto con il mio delirio paranoico, il mondo non potrà condannarlo ed io potrò proseguire nella mia discesa maniacale senza freni, soprattutto se mi limiterò a condividere le mie idee deliranti soltanto con coloro che le approvano. L’incapsulamento sociale spiega il suprematismo molto meglio del trumpismo.

Apparso sul Messaggero. Per gentile concessione del direttore

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di Alessandro Orsini

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