Controllo sul Web: La Cina esporta il suo modello

Pubblicato il 17 marzo 2019 alle 8:08 in Asia Cina

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La Cina diventerà una cyber-potenza, questa è la volontà del suo presidente, Xi jinping. Non solo, Pechino sta di fatto esportando il suo modello di controllo sul web con la fornitura di un insieme di sistemi di formazione e infrastrutture tecnologiche soprattutto nei confronti dei Paesi africani.

Il Grande Firewall cinese – come è noto per fare eco al Great Wall, la Grande Muraglia – è uno dei sistemi di controllo e limitazione digitale del mondo con la capacità di restringere l’accesso a molte aree del web e di censurare in tempi immediati qualsiasi materiale politicamente sensibile appaia sulla rete ed è dotato di un personale che conta centinaia di persone con il compito di muoversi sul web e di rimuovere manualmente ogni forma di contenuto potenzialmente sovversivo. Tutto ciò ha fatto sì che la Cina sia stata etichettata come Paese che “abusa maggiormente della libertà su internet” per 4 anni consecutivi dalla Freedom House, un osservatorio internazionale.

L’esportazione del modello cinese di tecnologie di controllo sul web rientra sotto il grande ombrello delle politiche di sviluppo e di interconnessione dell’iniziativa Belt and Road o Nuova Via della Seta che comprende anche la creazione di una “Via della Seta digitale” fatta di infrastrutture “Made in China” per la banda larga e la trasmissione di dati con cablaggi anche sottomarini volti a migliorare i collegamenti tra Oriente e Occidente e a permettere la connessione al web anche a Paesi ancora piuttosto arretrati dal punto di vista infrastrutturale.

Dei 65 Paesi analizzati da Freedom House, 18 hanno ricevuto assistenza da parte delle aziende cinesi per creare sistemi informatici in grado di identificare eventuali minacce all’ordine pubblico. Ad esempio, in Zimbabwe una start-up cinese ha siglato un accordo con il governo locale per costruire un sistema di riconoscimento facciale e monitoraggio da installare nelle città e nelle stazioni. La tecnologia non è stata sottoposta a votazione e i suoi detrattori temono che possa essere usata invece che per la lotta alla criminalità, per sottomettere l’opposizione.

Il vantaggio per la Cina è che il suo sistema di riconoscimento facciale è stato ampliato ed è stato in grado di riconoscere anche tratti somatici diversi rispetto a quelli dell’etnia cinese ottenendo i dati da quello installato in Zimbabwe. Si tratta uno sviluppo importante per Pechino che mira a diventare il leader globale in questa tecnologia, ma al contempo è un segnale della violazione dei diritti digitali dei cittadini del Paese africano a cui non è stato chiesto il permesso prima di condividere i loro dati biometrici con la Cina.

Un altro canale con cui la Cina sta esportando il suo modello di “sovranità sul web” è attraverso molteplici conferenze ed eventi come la World Internet Conference, organizzata dal 2014. Il concetto di “sovranità sul web” proposto da Pechino è in netto contrasto con l’idea della rete dei Paesi occidentali secondo cui si tratta di un’unica rete globale interconnessa che attraversa e supera i confini nazionali. Per la Cina, invece, la “sua” porzione del web è parte integrante del territorio nazionale, per questo soggetto allo stesso controllo che le autorità centrali hanno sul resto del Paese.

Il concetto di “sovranità sul web” è stato recepito positivamente, però, da quei Paesi – come la Tanzania – che come la Cina mirano a ridurre la libertà d’espressione in rete poiché temono gli effetti destabilizzanti di un web aperto. Sono almeno 38, sempre in base all’analisi di Freedom House, i Paesi che hanno installato sistemi di telecomunicazione cinesi, generando la preoccupazione che i dati che transitano in essi siano a disposizione delle agenzie di intelligence cinesi. Una tale conseguenza non è però scontata, secondo l’analisi di The Diplomat, in quanto potrebbe essere un rischio sovrastimato da un osservatorio, come Freedom House, finanziato dal governo degli Stati Uniti. Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha definito la relazione di Freedom House come “non professionale e irresponsabile” e l’idea che i dati siano a disposizione dell’intelligence cinese come non basate sui fatti.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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