Stati Uniti: inviato speciale su strategia americana in Siria, “nessuna tabella di marcia” per ritiro truppe

Pubblicato il 16 marzo 2019 alle 12:07 in Siria USA e Canada

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L’inviato speciale americano in Siria, James Jeffrey, ha affermato, venerdì 15 marzo, che non è ancora in programma una data per il ritiro dell’esercito statunitense dalla Siria, ribadendo che, a ogni modo, una piccola porzione delle truppe rimarrà stanziata nel Paese, e fornendo aggiornamenti circa la questione siriana e la lotta all’Isis.

Venerdì 15 marzo, durante un’intervista successiva a una conferenza dell’Unione Europea sulla Siria, durante la quale i partecipanti hanno richiesto l’allocazione di 7 miliardi di dollari in assistenza umanitaria per i rifugiati siriani, l’inviato speciale degli Stati Uniti ha affermato che “non c’è una data in programma” relativamente al ritiro delle truppe auspicato dal presidente americano, Donald Trump, e dallo stesso annunciato il 19 dicembre scorso. Jeffrey ha inoltre confermato che una parte dell’esercito resterà in Siria nel futuro “per un periodo di tempo indefinito”, sottolineando che, “con molti meno combattimenti e con l’offensiva finale contro l’Isis in dirittura d’arrivo”, per Washington ci saranno “molti meno costi” di prima da sostenere. L’inviato ha poi spiegato che la missione contro lo Stato Islamico in Siria, allo stato attuale, costa circa 2 miliardi di dollari all’anno, gran parte dei quali stanziati per “munizioni guidate”.

Jeffrey ha altresì confermato che ormai i jihadisti arroccati nell’enclave di Baghouz, nella regione orientale del Paese lungo il fiume Eufrate, hanno solo poche centinaia di combattenti rimasti. Tuttavia, a suo avviso, la battaglia continuerà non più sul piano fisico, ma su quello ideologico e sul piano della ricostruzione: “La battaglia per sconfiggere l’ideologia, per sconfiggere le cellule dormienti, per mettere in sicurezza e stabilizzare le regioni che sono state terrorizzate dall’Isis per anni… continuerà”.

Jeffrey ha spiegato, in tal senso, che in Siria e in Iraq rimangono ancora tra i 15 e i 20mila simpatizzanti del gruppo terroristico, e tale base, nonostante non controlli più territori geografici, può sfociare facilmente in cellule dormienti o in una nuova insorgenza del movimento. Per questo è di vitale importanza che resti una presenza militare statunitense in loco, per vegliare sulle zone più a rischio, in particolare in Iraq, e scongiurare minacce, assistendo il governo iracheno. L’elemento positivo è però, a suo dire, la mancanza attuale di un esercito coeso e unificato, come anche di un califfato o di uno Stato vero e proprio.

Jeffrey ha puntualizzato che i partner europei svolgeranno anch’essi un ruolo importante nelle missioni di peacekeeping contro l’Isis, nonostante non abbia specificato quali Paese dell’Unione Europea si siano impegnati in tal senso.

Riguardo la conferenza appena svoltasi, Jeffrey ha commentato che è stato riconosciuto da tutti gli astanti che non si tratta più solo di una “crisi umanitaria”, bensì di una crisi con una causa ben precisa, ossia “il comportamento del regime di Assad e di coloro che lo sostengono”.

Proprio nella giornata di venerdì 15 marzo, l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani, con base nel Regno Unito, ha reso noto che 370mila persone sono morte dallo scoppio della guerra civile in Siria, il 15 marzo 2011, dopo l’escalation delle proteste iniziate il 15 gennaio di quell’anno contro il regime del presidente, Bashar al-Assad; tuttavia, altri organismi di monitoraggio hanno stimato che le vittime siano ormai oltre mezzo milione.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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