La Brexit e il mostro della violenza politica

Pubblicato il 14 marzo 2019 alle 11:49 in Il commento UK

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Il parlamento di Londra ha bocciato la proposta di Theresa May per uscire dall’Unione Europea. Il referendum del 2016 in favore della Brexit ha dato forma a due grandi timori, rafforzati dal nuovo rifiuto di Westminster. Il primo è che altri Paesi europei possano seguire l’esempio del Regno Unito e restituire all’Europa la stessa fisionomia nazionalista e stato-centrica che aveva nel 1939. Il secondo timore, nel breve periodo, è che l’economia possa risentire della Brexit, soprattutto in un contesto già scosso da importanti perturbazioni. Gli Stati Uniti stanno combattendo una guerra commerciale con la Cina che ha causato un rallentamento della crescita mondiale, mentre la Cina sta cercando di perforare l’Europa con un progetto di collegamenti commerciali che prende il nome di “nuova via della seta”. È un progetto egemonico, oltre che colossale, poiché l’ambizione della Cina è quella di assumere il posto degli Stati Uniti nella guida del mondo nel volgere di circa trent’anni: un tempo non troppo lungo per una civiltà millenaria. Nella competizione tra Stati Uniti e Cina, l’Unione Europea, indebolita dalla fuoriuscita del Regno Unito, è la parte debole. Davanti a un simile scenario, è comprensibile che i media siano ossessionati dalle conseguenze economiche della Brexit. È comprensibile, purché sia chiaro che il vero mostro sullo sfondo non è il Pil, ma la violenza politica. Il timore più grande della May è che la Brexit inneschi un nuovo conflitto in Irlanda del Nord, una regione che ha a lungo scosso l’Europa con i suoi devastanti problemi d’identità. Da una parte, i protestanti, che volevano continuare a fare parte del Regno Unito; dall’altra, i cattolici, che in maggioranza si consideravano nazionalisti irlandesi e ambivano all’indipendenza. Nel 1968, la minoranza cattolica insorse contro il governo di Londra. Tanto sangue e poi le due parti strinsero un accordo nel 1998, che ha creato una realtà politica singolare: l’Irlanda del Nord è rimasta nel Regno Unito, ed è andata bene a Londra, ma i suoi confini sono stati aperti al resto dell’Irlanda, ed è andata bene ai nazionalisti irlandesi. Da allora a oggi, il clima del “noi contro di loro” è rimasto vivo e il referendum in favore della Brexit ha accresciuto le antiche divisioni. In caso di Brexit, l’Irlanda del Nord uscirebbe dall’Unione Europea, ma ciò farebbe saltare la sostanza dell’accordo raggiunto nel 1998 poiché il governo di Londra dovrebbe introdurre nuovi confini con la Repubblica d’Irlanda, che invece, continuerebbe a fare parte dell’Unione Europea. L’ala conservatrice, in favore di una Brexit forte, vuole che i confini tra le due Irlande siano chiusi per recidere ogni legame con l’Unione Europea. I conservatori vorrebbero innalzare un confine fisico con tanto di dazi sulle merci e di controlli sulle persone fisiche. Questo porrebbe le premesse per una nuova possibile ondata di fenomeni a carattere ribellistico o insurrezionale, il più grande timore della May, la quale, come ogni statista che si rispetti, sa bene che la questione essenziale della politica non riguarda la ricchezza o la povertà, ma la vita o la morte ovvero la pace o la guerra. Uno Stato può infatti sopravvivere in presenza di una grande quantità di poveri, ma non può resistere a una grande quantità di disordini. In sintesi, il problema principale della May non è economico, ma politico: deve chiudere un accordo che le consenta di rispettare il referendum in favore della Brexit e, nello stesso tempo, di salvare gli accordi del 1998 con l’Irlanda del Nord, dove la maggioranza degli elettori ha votato per rimanere nell’Unione Europea. Ecco perché May ha più volte dichiarato di non voler modificare lo status dei confini tra le due Irlande, almeno per ora. Il voto contrario del parlamento rende la sua missione molto più difficile. Una fuoriuscita senza accordo farebbe scoppiare un grande disaccordo: non tra Londra e Bruxelles, ma tra il Regno Unito e l’Irlanda del Nord.

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Apparso in prima pagina sul Messaggero. Per gentile concessione del direttore

di Alessandro Orsini

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