L’Italia è un Paese declinante

Pubblicato il 12 marzo 2019 alle 11:21 in Il commento Italia

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La potenza di uno Stato si misura dalla sua capacità di penetrazione nei Paesi stranieri. Quando la potenza è enorme, la penetrazione è grandissima. Le risorse fondamentali alla base della potenza di uno Stato sono tre: l’ampiezza della popolazione, l’economia e l’esercito. Gli abitanti possono diventare soldati, ma anche consumatori. Una grande popolazione consente di creare una grande economia, che consente di creare un grande esercito. In sintesi, la formula della potenza dello Stato è: uomini, denaro, armi. Stati Uniti e Russia sono le due potenze più grandi del mondo e, infatti, la loro penetrazione è mondiale. John Mearsheimer, un celebre politologo americano che si vanta di essere crudo e cinico come Machiavelli, ama ripetere: “Noi siamo dappertutto perché siamo potentissimi”. È proprio così: gli Stati Uniti, che hanno abitanti, soldi e soldati in abbondanza, si sono “infilati” persino in Cina, via Taiwan, che è una specie di protettorato americano.  

Lo Stato cinese, la cui potenza cresce giorno dopo giorno, non fa altro che estendersi allungando i propri tentacoli su decine di Paesi. È comprensibile che gli Stati Uniti, proprio in questi giorni,  stiano ammonendo il governo di Giuseppe Conte a non stringere legami economici troppo profondi con la Cina. Quando l’energia vitale di uno Stato cresce impetuosamente, la sua potenza tracima, esonda e sconfina nei territori altrui, talvolta con l’esercito, talaltra con i prestiti o i trattati commerciali. Gli Stati ascendenti possono comprare interi “pezzi” di Stati declinanti: squadre di calcio, industrie, televisioni, telefonia e compagnie assicurative. Possono addirittura comprare interi sistemi politici, con l’acquisto del loro debito pubblico.        

Se osserviamo l’Italia con lo sguardo di uno straniero, e cioè senza farci influenzare da emozioni e sentimenti, ciò che osserviamo è un declino costante nell’arena internazionale che copre un arco temporale ormai esteso. Non è questione di un singolo governo; è questione della potenza dello Stato e quindi della sua capacità di esondare. Esisteva un solo Paese in cui la potenza dello Stato italiano tracimava ed era la Libia. Sotto i governi di Silvio Berlusconi e Romano Prodi, l’Italia ha raggiunto l’apice della penetrazione strategica in Libia – che è cosa diversa dall’occupazione coloniale – culminata con la sigla del trattato di Bengasi del 30 agosto 2008. L’influenza italiana in Libia, anziché declinare lentamente, è crollata di schianto con le bombe della Nato. Gheddafi è stato ucciso e con lui è morto anche il trattato di Bengasi. Il lavoro di Prodi e Berlusconi resta, ma su una gamba sola e per di più ferita. In Libia sono sorti due governi: uno a Tobruk, sostenuto da Francia, Egitto, Russia e Emirati Arabi Uniti, e l’altro a Tripoli, sostenuto concretamente dall’Italia e, per lo più a parole, dall’Onu. Mentre scriviamo, il generale Haftar, che difende il governo di Tobruk, sta avanzando rapidamente alla guida dell’esercito nazionale libico (LNA). Se non sarà fermato – con le armi della diplomazia, ci auguriamo – marcerà presto su Tripoli. Haftar si sta espandendo nel sud del Paese, al confine con Ciad e Niger. Pochi giorni fa, ha assunto il controllo della città di Gatrun, nel distretto di Murzuq, regione del Fezzan.  

La domanda è: perché l’Italia arretra in Libia? Le risposte sono due. La prima riguarda il breve periodo. L’Italia sta arretrando per una serie di ragioni numerose che abbiamo sviscerato più volte su queste pagine. Quanto alle ragioni di lungo periodo, che sono le ragioni profonde, la risposta è la seguente: l’Italia arretra in Libia perché registra, ormai da decenni, un declino nelle tre risorse fondamentali che sono alla base della potenza dello Stato e cioè uomini, soldi e armi oppure, se si preferisce il linguaggio dei manuali, demografia, economia ed esercito. È un arretramento per deperimento. In queste ore, mentre Haftar avanza, sentiamo dire che il governo Conte potrebbe cadere, dopo un solo anno di vita, e gli analisti politici discettano sui possibili governi futuri. Noi sappiamo però che gli Stati che, a motivo della loro vitalità, tracimano nei Paesi altrui hanno governi duraturi: Cina, Stati Uniti, Russia, Francia, Inghilterra, Germania e Turchia. Sono infatti i governi ad avere il potere di avviare le politiche per accrescere abitanti, economia ed esercito. Imprese durature richiedono governi duraturi.

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Articolo riprodotto per gentile concessione del direttore del Messaggero.

di Alessandro Orsini

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