Ex premier del Kashmir: dialogo tra Pakistan e India

Pubblicato il 12 marzo 2019 alle 16:50 in India Pakistan

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L’ex primo ministro del Kashmir, Mehmbooba Mufti, ha affermato che l’India dovrebbe parlare con il Pakistan e con i separatisti della regione contesa per disinnescare la tensione derivata dall’attacco nella città di Awantipora, dove il gruppo militante islamico con base in Pakistan Jaish-e-Mohammed (JeM) ha ucciso più di 40 soldati indiani.

Mufti ha rilasciato un’intervista, dove ha sottolineato che le violenze perpetuate contro i membri dei gruppi militanti sul territorio e contro coloro che sostengono la secessione potrebbero ulteriormente alienare la popolazione. Il premier indiano, Narendra Modi, ha promesso di uccidere tutti i militanti nell’unico stato a maggioranza musulmana del Paese se non rinunceranno alle armi. Da tale affermazione, secondo quanto rifertio dall’esercito, le forze di sicurezza indiane hanno ucciso 18 militanti nel Kashmir. L’ex primo ministro del Kashmir ha poi dichiarato che deve sussistere un processo di dialogo sia tra India e Pakistan, sia all’interno degli Stati stessi, al fine di “non peggiorare la situazione”. I funzionari indiani hanno ripetutamente escluso i colloqui con il Pakistan, con la condizione che si sarebbero seduti al tavolo dal momento in cui Islamabad avesse agito contro i gruppi militanti che vivono sul suo territorio.

Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha incontrato a Washington il segretario degli Esteri indiano, Vijay Gokhale. Pompeo, in tale sede, ha ribadito il totale appoggio degli Stati Uniti alla lotta contro il terrorismo dell’amministrazione Modi. Il Dipartimento di Stato USA ha rilasciato una dichiarazione a seguito del meeting, dove si legge che i due rappresentanti “hanno discusso l’importanza di portare i responsabili dell’attacco davanti alla giustizia e l’urgenza del Pakistan di intraprendere azioni significative contro i gruppi terroristici che operano sul suo territorio”.

Il primo ministro pakistano, Imran Khan, che ha cercato di instaurare un dialogo con Modi nel momento di massima ostilità, ha affermato che nessun gruppo militante è stato autorizzato a operare dal suo Paese per effettuare attacchi all’estero. Pochi giorni dopo la dichiarazione, il governo di Islamabad ha attuato una mozione al fine di reprimere le organizzazioni militanti islamiste nella lista dell’Onucon base in Pakistan.

Secondo Mufti, questo atteggiamento conflittuale, dove però non vi sono né discorsi né discussioni, ha un impatto negativo sulla popolazione della regione, che è la vera vittima delle ostilità. Le autorità indiane hanno arrestato molti leader separatisti nel Kashmir nelle scorse settimane e Modi, a capo del Janata Bharatiya Party (BJP), ha recentemente dichiarato che “se vogliono vivere in India, dovranno parlare la lingua dell’India, non quella del Pakistan”, accentuando il suo carattere politico nazionalista. Mufti ha commentato le dure azioni dell’amministrazione indiana avrebbero solo portato “a una certa calma in superficie”. L’India, nel 2018, ha ucciso 248 militanti nel Kashmir, il numero più alto in un decennio.

L’ex premier ha poi aggiunto che le elezioni politiche indiane, che si terranno a partire dall’11 aprile e i cui risultati saranno dichiarati il 23 maggio, potrebbero ritardare il processo di eventuali colloqui interpartitici sul Kashmir. Le elezioni generali in India hanno due maggiori protagonisti: Modi, in cerca del secondo mandato, e Rahul Ghandi, rampollo della famiglia Ghandi-Nehru e a capo del Congresso Nazionale dal 2017. Isondaggi di opinione, tuttavia, hanno suggerito che il sostegno per il BJP è diminuito considerevolmente, e potrebbe anche non essere all’altezza dei 272 seggi di cui ha bisogno per formare un governo a bandiera unica. Il partito di Ghandi ha poiavuto tre importanti vittorie elettorali a dicembre, appropriandosi la base di supporto di Modi nelle regioni della “Cow Belt” con circa mezzo miliardo di elettori.

Mufti è stato primo ministro del  Jammu e Kashmir dall’inizio del 2014 fino a giugno 2018, quando il partito nazionalista indù di Modi ha ritirato il sostegno al suo partito regionale. Il Jammu e Kashmir è una porzione della regione del Kashmir, contesa tra India e Pakistan sin dall’indipendenza dal Regno Unito del 1947. I due Stati confinanti rivendicano entrambi di diritto l’intero territorio, nonostante allo stato attuale esso sia spartito tra i due contendenti, con il Pakistan che controlla circa un terzo del Kashmir e l’India circa la metà. La linea di controllo dei confini tra i due Paesi è stata stabilita dalle Nazioni Unite al termine della guerra indo-pakistana del 1971, come linea del cessate il fuoco dietro cui dovevano attestarsi gli eserciti dei due Stati belligeranti. Prese poi il nome di “linea di controllo” con la firma dell’accordo di Simla, il 2 luglio 1972. Nonostante dal 2003 sia in vigore un cessate il fuoco tra Islamabad e Nuova Delhi, nelle zone di confine si verificano frequenti violazioni da entrambe le parti all’accordo ed episodi di violenza. L’ultimo, il più eclatante dalla fine dell’ultima guerra, si è appunto verificato il 14 febbraio, quando il JeM ha attaccato un convoglio di polizia indiano. Da quel momento, la sopita tensione tra i due Stati si è risvegliata e l’India ha affermato di aver condotto un raid aereo il 26 febbraio su un campo di addestramento del gruppo terroristico e di aver causato più di 300 vittime. Immagini satellitari del sito, tuttavia, ne dimostrano l’integrità e contraddicono la versione indiana. Dopo l’incursione indiana, uno scontro aereo ha portato alla cattura di un pilota indiano che è stato rilasciato l’1 marzo come parte di un “gesto di pace” del Pakistan. Islamabad, dunque, continua a seguire la sua politica di riappacificazione, al fine di interrompere questa escalation che per molti potrebbe portare ad un quarto conflitto tra le due potenze asiatiche. In più, martedì 5 marzo, il Pakistan ha fermato un sottomarino indiano dall’entrare nelle sue acque territoriali, secondo quanto riportato dalla marina.

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di Redazione

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