Stati Uniti: Palestina “fabbrica” crisi su taglio fondi israeliani

Pubblicato il 9 marzo 2019 alle 11:16 in Palestina USA e Canada

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Washington ha accusato i palestinesi di “fabbricare” intenzionalmente una crisi, dopo che essi hanno respinto il primo trasferimento fiscale mensile del 2019 erogato da Israele; una parte dei fondi era indirizzata al sostegno finanziario di famiglie di militanti palestinesi uccisi o detenuti nelle carceri israeliane.

Venerdì 8 marzo, dietro richiesta del Kuwait e dell’Indonesia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a porte chiuse per discutere i problemi sorti intorno all’allocazione mensile di fondi trasmessi da Israele a beneficio della Palestina. In particolare, si è discusso il taglio di tali fondi, sancito dal governo israeliano, e il consecutivo rifiuto palestinese di incassare la prima quota del nuovo anno. In tale occasione, l’inviato speciale americano per la Pace nel Medio Oriente, Jason Greenblatt, rappresentando l’amministrazione di Washington e rivolgendosi ai 15 membri dell’aula, ha affermato: “È del tutto inappropriato focalizzarsi su Israele come fonte della crisi. È l’Autorità Palestinese che ha scelto di fabbricare la crisi attuale”.

“È una decisione unilaterale in violazione dell’accordo bilaterale esistente”, ha riferito ai giornalisti l’ambasciatore del Kuwait presso le Nazioni unite, Mansour al-Otaibi, dopo la riunione del Consiglio di Sicurezza. Stando alle spiegazioni dei diplomatici coinvolti, Greenblatt ha affermato che i pagamenti palestinesi alle famiglie dei militanti “creano incentivi per ulteriori atti di terrorismo”.

Nel 2018, gli Stati Uniti hanno fatto passare una legge volta a ridurre i fondi indirizzati all’Autorità Palestinese, a meno che essa non ponesse fine ai versamenti israeliani. Anche nella riunione di venerdì, Greenblatt ha ribadito la volontà statunitense, esortando gli altri membri del Consiglio a unirsi a lui nell’appello rivolto alla Palestina, affinché questa faccia cessare il contributo fiscale.

Il 17 febbraio, Israele ha annunciato il congelamento di circa il 5% di tali introiti, colpendo stipendi con cui il governo palestinese paga le famiglie dei militanti uccisi o detenuti nelle carceri israeliane. I palestinesi hanno condannato la decisione israeliana tacciandola di “pirateria”.

La decisione palestinese inerente al respingimento delle entrate fiscali israeliane è giunta nonostante l’aumento dei problemi di liquidità di cui soffre la Palestina, causati in parte dai tagli finanziari degli Stati Uniti, tagli che potrebbero destabilizzare l’Autorità Palestinese, un organo governativo ad interim creato nel Paese in seguito agli accordi di Oslo del 1993 tra Palestina e Israele. In base a tali accordi, Israele ha il dovere di raccogliere tasse sulle importazioni verso i territori occupati della Cisgiordania e la Striscia di Gaza, enclave posto sotto le leggi islamiche palestinesi dal 2007. Con i proventi di tali collette fiscali, Israele effettua trasferimenti finanziari mensili al governo palestinese. Tali somme costituiscono circa la metà del budget dell’Autorità Palestinese, secondo quanto analizzato dal Ministero delle Finanze del Paese.

Greenblatt e il consigliere della Casa Bianca, Jared Kushner, da tempo stanno lavorando a un progetto che faccia mediare una pace tra Israele e i palestinesi. I diplomatici dell’Onu hanno affermato che Greenblatt non ha però rivelato alcun dettaglio in merito a ciò nella seduta di venerdì. I palestinesi si sono rifiutati di discutere qualsivoglia bozza di pace con gli Stati Uniti in seguito al riconoscimento ufficiale, da parte del presidente Donald Trump, di Gerusalemme come capitale di Israele, il 6 dicembre 2017.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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