Etiopia: proteste contro il nuovo progetto abitativo nello stato regionale di Oromia

Pubblicato il 8 marzo 2019 alle 12:45 in Africa Etiopia

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Migliaia di persone nelle principali città della regione di Oromia, nell’Etiopia centrale, sono scese in strada, giovedì 7 marzo, per protestare contro il modo in cui l’amministrazione comunale di Addis Abeba ha assegnato diversi nuovi edifici condominiali. Secondo quanto riportato dal quotidiano Africanews, fonti locali indicano che più di 10 località in tutta Oromia, la regione più grande e più popolosa del Paese, sono state colpite dalle proteste. Tra queste ci sono Haramara, Ambo, Bale Robe e Adama.

L’amministrazione comunale, guidata dal vice sindaco di Addis Abeba, Takele Uma Banti, ha effettuato, mercoledì 6 marzo, alcune allocazioni di spazi residenziali costruiti in un’area dello stato regionale di Oromia chiamata Koye Feche. Questa si trova in una delle 8 aree circostanti la capitale e poste, nel 2008, sotto la denominazione di “zone speciali dello stato regionale di Oromia intorno a Finfinne”, che è l’altro nome di Addis Abeba.

I manifestanti protestano contro la decisione dell’amministrazione comunale di assegnare queste abitazioni senza il coinvolgimento dello stato regionale di Oromia, il quale ha la giurisdizione amministrativa del sito di Koye Feche. Le autorità hanno consegnato a più di 5.000 persone appartamenti con tre camere per lo più nella capitale. Altre 7000 persone, invece, hanno ottenuto uno studio o appartamenti da una o due camere nei siti 1 e 2 di Koye Feche.

Il progetto, che risale al 2016, fa parte di piani per far fronte alla rapida crescita della popolazione e alla grave carenza di alloggi a prezzi accessibili. Le autorità di Addis Abeba e delle città minori hanno costruito unità condominiali destinate a gruppi a basso e medio reddito, finanziate interamente con denaro pubblico. Anche se l’Etiopia è uno dei paesi meno urbanizzati del mondo, nel 2016 la popolazione di Addis Abeba era vicina ai quattro milioni di persone, e cresce a un tasso di circa il 4% annuo.

I complessi abitativi previsti dal progetto sono generalmente alti quattro piani. I complessi sono stati pensati con l’obiettivo di promuovere l’addensamento e limitare la proliferazione dei sobborghi urabni. I residenti più poveri, che non possiedono alcuna proprietà e vivono in contesti insicuri, sono stati incoraggiati a registrarsi al sistema di sorteggio che assegna le unità man mano che diventano disponibili. Coloro che possono permettersi il deposito e i mutui ipotecari, invece, ottengono direttamente la proprietà delle loro unità, sebbene tutte le terre dell’Etiopia siano ancora formalmente del governo.

L’obiettivo principale è quello di trasformare un settore abitativo storicamente caratterizzato da affitti in uno basato sulla proprietà privata della casa. Sotto il precedente regime comunista, infatti, circa il 60% delle abitazioni ad Addis Abeba era costituito da alloggi in affitto. Inoltre, le abitazioni di proprietà del governo nelle divisioni municipali di Kebele rappresentavano il 93% del settore. Oggi queste case sono di scarsa qualità, fatte di legno e fango e senza adeguate strutture igienico-sanitarie e infrastrutturali.

Secondo un rapporto della Banca Mondiale del 2016, tale “Programma di sviluppo abitativo integrato” segna una “svolta radicale” rispetto ai precedenti approcci al sistema abitativo in Etiopia. Il governo mira a rigenerare la città dall’interno sostituendo i bassifondi di Kebele con nuovi condomini.

SottoAbiy Ahmed, l’Etiopia ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista politico, ma anche economico e sociale. Il Paese del Corno d’Africa era caratterizzato da tensioni politiche dal novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa dello Stato. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese.

I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, con l’obiettivo di interrompere le proteste.

Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso grazie ad Ahmed, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

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Chiara Gentili

di Redazione

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