Consiglio Diritti Umani dell’Onu: 36 Paesi firmano lettera contro rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita

Pubblicato il 8 marzo 2019 alle 6:34 in Arabia Saudita Medio Oriente

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Almeno 36 Paesi in seno al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu hanno firmato una lettera aperta diretta all’Arabia Saudita per criticare il rispetto dei diritti umani all’interno del Paese del Golfo.

La lettera, che costituisce il primo rimprovero collettivo diretto a Riad, chiede alle autorità saudite di rilasciare gli attivisti imprigionati per “aver esercitato le loro libertà fondamentali”, e di diffondere tutte le informazioni relative all’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, ucciso all’interno del consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre 2018.

“Chiedo all’Arabia Saudita di assicurare tutti i difensori dei diritti umani e i giornalisti possano esercitare pienamente e liberamente le proprie libertà e il proprio diritto di espressione, anche online”, ha dichiarato l’ambasciatore dell’Islanda all’Onu, Harald Aspelund, a Ginevra, domandando altresì di rilasciare i difensori dei diritti delle donne Loudain al-Hathloul, Hatoon al-Fassi e Samar Badawi. Secondo alcuni gruppi difensori dei diritti umani, almeno 11 attiviste donne sono state arrestate dallo scorso maggio ad oggi, venendo accusate di terrorismo.

In relazione al caso Khashoggi, invece, Aspelund ha riferito che le indagini devono essere più trasparenti e indipendenti. Il giornalista saudita, che scriveva per il Washington Post ed era critico nei confronti del governo dell’Arabia Saudita, aveva resistito alle continue pressioni di Riad affinché ritornasse in patria, in quanto da anni viveva negli Stati Uniti. L’uomo è stato ucciso a Istanbul il 2 ottobre, nel consolato saudita, dove era entrato per ritirare alcuni documenti di cui aveva bisogno per sposarsi. Quando la fidanzata del giornalista aveva denunciato la sua scomparsa alle autorità turche, dai controlli effettuati alle telecamere intorno all’edificio del consolato era stato confermato che Khashoggi non aveva mai lasciato l’edificio. L’Arabia Saudita, il 4 ottobre, aveva respinto le accuse di omicidio e il consolato saudita aveva invitato i giornalisti di Reuters al proprio interno, per dimostrare la propria innocenza. Solo 17 giorni dopo la morte di Khashoggi, Riad aveva ammesso che l’uomo era stato ucciso all’interno del consolato e che i 18 membri della squadra saudita, arrivati in Turchia a inizio ottobre e segnalati da Ankara, erano stati arrestati in Arabia Saudita.

Il 17 novembre 2018, un’analisi della CIA ha decretato che è stato il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, a ordinare l’omicidio di Jamal Khashoggi a Istanbul. Tale dichiarazione contraddice quanto affermato dal governo dell’Arabia Saudita che, al contrario, dichiara di non essere coinvolta nella vicenda. L’agenzia di intelligence statunitense ha esaminato numerose fonti prima di incolpare il principe, inclusa una telefonata, intercettata dalla CIA, che Khalid bin Salman, ambasciatore saudita presso gli Stati Uniti e fratello del principe ereditario, aveva fatto a Khashoggi.

L’uomo aveva comunicato al giornalista che avrebbe dovuto recarsi al consolato di Istanbul per ottenere una serie di documenti per il suo matrimonio, rassicurandolo del fatto che tale mossa sarebbe stata sicura. Non è ancora chiaro se Khalid sapesse che il giornalista sarebbe stato ucciso, ma la telefonata a Khashoggi era stata fatta sotto richiesta del fratello. Fatimah Baeshen, la portavoce dell’ambasciata dell’Arabia Saudita di Washington, ha dichiarato che l’ambasciatore non ha detto al giornalista di recarsi in Turchia. La donna ha aggiunto che le dichiarazioni della CIA sono false.

Al momento, il regno saudita non ha ancora commentato la lettera aperta dei 36 Paesi.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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