Pakistan: provvedimenti contro i gruppi terroristici nella lista Onu

Pubblicato il 5 marzo 2019 alle 14:00 in Asia Pakistan

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Il Pakistan ha dichiarato che prenderà nuovi provvedimenti per bloccare e congelare i beni di persone e gruppi militanti che figurano nell’elenco dei terroristi designati delle Nazioni Unite, dopo mesi di critiche internazionali. L’annuncio, di martedì 5 marzo, ha seguito un momento di tensione internazionale tra il Paese e l’India a causa di un’escalation di violenza nella contesa regione del Kashmir.

Il 21 febbraio scorso, un gruppo di sorveglianza finanziaria, il Financial Action Task Force (FATF) con sede a Parigi, ha ribadito la presenza del Pakistan nella “grey list” dei Paesi sponsor del terrorismo, asserendo che Islamabad non ha ancora intrapreso passi concreti e sufficienti per frenare i finanziamenti e il riciclaggio di denaro da parte dei gruppi terroristici. Il Pakistan, poi, rischia di essere inserito nella lista nera dalla task force, che aprirebbe la porta a sanzioni internazionali, il cui effetto sarebbe devastante per l’economia già in bilico del Paese.

Il Pakistan è sulla lista grigia da giugno 2018, già rendendo più difficile l’accesso ai mercati internazionali. Secondo gli esperti del settore, anche se non ci sono implicazioni legali dirette dall’essere sulla lista, ciò porta un ulteriore controllo da parte delle autorità di regolamentazione e delle istituzioni finanziarie che possono raffreddare il commercio e gli investimenti e aumentare i costi di transazione.

Islamabad è stata a lungo accusata dai Paesi vicini e dai Paesi occidentali di facilitare la presenza di  gruppi militanti sul territorio da utilizzare come proxy, tra cui i talebani afghani. Il FATF ha richiesto azioni mirate in particolar modo contro l’organizzazione Lashkar-e-Taiba e contro il Jaish-e-Muhammad (JeM). La prima è stata accusata di aver orchestrato gli attacchi a Mumbai nel 2008, dove vi sono state 160 vittime, e la seconda ha rivendicato la responsabilità dell’attentato del 14 febbraio scorso in Kashmir, dove 46 paramilitari indiani sono morti e che ha scatenato un escalation di violenza tra Islamabad e Nuova Delhi che sta preoccupando la comunità internazionale.

Moeed Pirzada, un analista pakistano , in un’intervista di martedì 5 marzo ha dichiarato che le istituzioni statali sono tutte d’accordo che tali milizie religiose rappresentino una responsabilità degli anni ’90, che non servono in alcuno modo e che devono essere assorbiti nella società. Pirzada ha affermato poi che la sfida principale è stata quella di fare breccia nei confronti di tali gruppi tramite  scuole religiose, gli ospedali e le organizzazioni di soccorso.

I funzionari pakistani, dunque, hanno promesso di agire più energicamente già dalle prossime settimane contro i gruppi militanti che operano all’interno del territorio pakistano. C’è da sottolineare, tuttavia, che  il Pakistan ha già fatto tali promesse in precedenza, anche quando è stato inserito per la prima volta nella grey list del FAFT, su richiesta dell’amministrazione del presidente USA, Donald Trump. Il governo pakistano ha dichiarato però che in questo momento sussiste una maggiore urgenza nel risolvere il problema. Secondo quanto riporta il New York Times, il nuovo primo ministro, Imran Khan, è preoccupato che possa diventare un emarginato sul piano internazionale, in un momento in cui il Pakistan ha bisogno di investimenti esteri per risollevare la sua economia. Da poco, Khan ha incontrato il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, in visita nella capitale ed ha stipulato con lui una serie di memorandum of understandings dal valore di 20 miliardi di dollari.

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di Redazione

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