Sudan: presidente al-Bashir vieta manifestazioni non autorizzate

Pubblicato il 27 febbraio 2019 alle 10:11 in Africa Sudan

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Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, ha adottato nuove misure per porre fine alle proteste che scuotono il Paese africano da ormai tre mesi. In linea con lo stato di emergenza, dichiarato il 22 febbraio, Bashir ha vietato qualsiasi manifestazione o raduno pubblico non autorizzato, dando il permesso alle forze di sicurezza di effettuare raid per verificare che non abbiano luogo “attività sospette”.

La decisione è stata presa alla luce di nuove proteste in varie zone della capitale Khartoum, dove la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni contro centinaia di studenti che stavano manifestando all’interno del campus universitario dell’università femminile più antica. Le altre misure adottate, secondo quanto riportato dal quotidiano Africa News, includono:

  • Il divieto di bloccare strade e fermare il traffico;
  • Diffondere notizie che “danneggiano i cittadini o il sistema costituzionale” su qualsiasi piattaforma, tra cui i social media;
  • L’istituzione di un nuovo procuratore speciale per effettuare indagini sulle violazioni delle misure di sicurezza, che prevedranno fino a 10 anni di carcere;
  • I procuratori hanno l’autorità di privare giuristi e gli ufficiali militari dalle immunità.

Le proteste in Sudan, iniziate il 19 dicembre, mirano a ridurre i prezzi del cibo e del carburante, che sono aumentati a dismisura. Il Paese africano sta vivendo un’acuta crisi dei cambi e di inflazione crescente, nonostante la sospensione delle sanzioni economiche effettuata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2017. Ad oggi, l’inflazione si aggira intorno al 70% e il pound sudanese ha perso molto valore, comportando carenza di pane e di carburante nella maggior parte delle città. “Ammetto che abbiamo problemi economici, ma non possono essere risolti con la distruzione, i saccheggi e i furti”, ha affermato il presidente con riferimento ai numerosi edifici ed uffici governativi che sono stati danneggiati e dati alle fiamme dai manifestanti.

L’ultimo stato d’emergenza in Sudan era stato dichiarato nel 1999. In un discorso andato in onda sulla televisione statale, Bashir ha altresì esortato tutti i rivali politici a unirsi a lui sul “cammino di riconciliazione nazionale” attraverso l’avviamento di un dialogo, e ha informato il Parlamento di voler posporre gli emendamenti costituzionali che gli permetterebbero di concorrere per un altro mandato nel 2020, nonostante non abbia esplicitamente annunciato che non si ricandiderà.

Il 23 febbraio, il gabinetto presidenziale ha pubblicato un comunicato con cui ha annunciato la nomina di Mohamed Tahir Ayala a nuovo primo ministro. Ayala era il governatore dello Stato di Gezira, ed era stato precedentemente caldeggiato da al-Bashir come suo potenziale successore alla presidenza del Paese. La dichiarazione governativa proseguiva rendendo noto che il ministro della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, un ex capo dell’intelligence militare, veniva nominato vicepresidente, mantenendo, al contempo, il suo ruolo alla Difesa.

Al-Bashir, che governa il Sudan dal 30 giugno 1989, è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, accusa che il leader sudanese ha sempre respinto. I gruppi umanitari, tuttavia, ritengono che, da quando è salito al potere, al-Bashir porta avanti pratiche brutali contro i propri cittadini. Dopo aver concentrato tutto il potere nella capitale Karthoum, le aree circostanti sono state marginalizzate ed è stata attuata una violenta repressione contro i residenti non musulmani, soprattutto nella regione del Darfur e nel Sud del Paese. 

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Sofia Cecinini

di Redazione

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