Sudan: Bashir nomina vicepresidente e premier, folla in protesta

Pubblicato il 24 febbraio 2019 alle 14:08 in Africa Sudan

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La polizia sudanese ha lanciato lacrimogeni contro i manifestanti, sabato 23 febbraio, per sedare le proteste contro il governo del presidente, Omar al-Bashir, in seguito alla nomina dei nuovi vicepresidente e primo ministro, all’indomani della dichiarazione dello stato d’emergenza nel Paese.

Le forze dell’ordine hanno sedato le proteste di dozzine di manifestanti riunitisi nel quartiere Shambat di Khartoum North, come anche nei quartieri Wad Nubawi e Abbasiya di Omdurman. La folla in rivolta a Shambat aveva bloccato le strade e bruciato pneumatici, mentre a Wad Nubawi aveva inneggiato slogan quali “La scelta del popolo è la rivoluzione”; ad Abbasiya i manifestanti esortavano Bashir a dimettersi.

Nella giornata di sabato, il gabinetto presidenziale aveva pubblicato un comunicato con cui annunciava la nomina di Mohamed Tahir Ayala a nuovo primo ministro. Ayala era il governatore dello Stato di Gezira, ed era stato precedentemente caldeggiato da Bashir come suo potenziale successore alla presidenza del Paese. La dichiarazione governativa proseguiva rendendo noto che il ministro della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, un ex capo dell’intelligence militare, veniva nominato vicepresidente, mantenendo, al contempo, il suo ruolo alla Difesa.

Venerdì 22 febbraio, Bashir ha dichiarato ufficialmente lo stato d’emergenza nazionale, con durata di un anno solare, e ha creato una nuova amministrazione ad interim, sostituendo tutti i governatori statali con ufficiali dell’esercito. L’ultimo stato d’emergenza nazionale nel Sudan era stato dichiarato nel 1999. In un discorso andato in onda sulla televisione statale, Bashir ha altresì esortato tutti i rivali politici a unirsi a lui sul “cammino di riconciliazione nazionale” attraverso l’avviamento di un dialogo, e ha informato il parlamento di voler posporre gli emendamenti costituzionali che gli permetterebbero di concorrere per un altro mandato nel 2020, nonostante non abbia esplicitamente annunciato che non proverà a ricandidarsi. Il discorso presidenziale non ha però calmato le agitazioni cittadine, e le proteste sono continuate fino a tarda sera nella capitale Khartoum, con lanci di pietre e incendi sporadici.

Le Forze di Consenso Nazionale, uno dei principali partiti all’opposizione, hanno commentato che lo stato d’emergenza è una mossa volta a reprimere la “rivoluzione popolare”, e hanno promesso di continuare a protestare finché Bashir non verrà rovesciato. Il National Umma Party, capeggiato dall’ultimo premier sudanese eletto democraticamente, Sadiq al-Mahdi, il quale era stato rovesciato da Bashir in un golpe militare nel 1989, ha anch’esso criticato aspramente il discorso del presidente, sabato 23 febbraio, sostenendo che si è trattato di un “discorso contraddittorio” che non rispecchia “in alcun modo” la realtà dell’attuale crisi nazionale, né le richieste dei cittadini.

Secondo gli attivisti, circa 60 persone sono state uccise dall’inizio delle proteste, lo scorso dicembre; le autorità invece stimano che il bilancio sia di 32 vittime, tra cui 3 membri delle forze di sicurezza.

Nella sera di venerdì 22 febbraio, inoltre, è stato arrestato Osman Mirghani, caporedattore di un importante giornale indipendente sudanese, Al-Tayyar. Mirghani nel corso della giornata era apparso su un’emittente regionale, Al Arabiya Al Hadath, e aveva criticato il discorso di Bashir.

Bashir, islamista ed ex ufficiale dell’esercito, è ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia, accusato di aver organizzato un genocidio nella regione del Darfur; egli respinge le accuse.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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