Trump: l’Europa deve riprendersi gli 800 militanti dell’Isis detenuti negli USA

Pubblicato il 17 febbraio 2019 alle 16:30 in Europa USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato che la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e altri Paesi alleati devono riprendersi e processare gli 800 combattenti dell’Isis fatti prigionieri in Siria e tenuti in custodia in America.

Nella giornata di sabato 16 febbraio, il capo della Casa Bianca ha scritto un messaggio sui social media ufficiali in cui richiede all’Europa di riprendersi centinaia di militanti dello Stato Islamico catturati in Siria per processarli sul continente europeo. Trump ha inoltre minacciato che, qualora ciò non avvenga, gli Stati Uniti saranno costretti a rilasciarli: “Gli Stati Uniti chiedono alla Gran Bretagna, alla Francia, alla Germania e agli altri alleati europei di riprendersi gli oltre 800 militanti dell’Isis che abbiamo fatto prigionieri in Siria e di processarli. Il califfato è pronto a cadere. L’alternativa non è una buona idea, in quanto saremo obbligati a rilasciarli”. Il presidente ha altresì specificato che Washington non vuole “stare a guardare mentre questi combattenti dell’Isis permeano l’Europa, che è dove ci si aspetta che vadano”. Non è mancata una stoccata ai partner europei: “Noi facciamo così tanto, e spendiamo così tanto… È giunto il momento che siano gli altri a farsi avanti e fare il loro dovere, che sono così bravi a fare. Noi ci stiamo ritirando dopo una vittoria del 100% sul Califfato!”.

Il giornalista di Al-Jazeera Imran Khan, inviato a Gaziantep vicino al confine della Turchia con la Siria, ha affermato che l’ultima dichiarazione di Trump ha messo forti pressioni sugli alleati europei degli Stati Uniti. Tuttavia, secondo il suo resoconto, bisogna ancora confermare se lo Stato Islamico sia stato effettivamente sconfitto “al 100%”.

Sami Nader, direttore dell’Istituto del Levante per gli Affari Strategici con sede a Beirut, ha affermato che i commenti di Trump in tal senso sono “un tema ricorrente”, e ha sottolineato che il punto cruciale è capire dove verranno condotti i militanti jihadisti. Secondo Nader, se essi verranno inviati nelle carceri francesi, a quel punto sarà noto che tali prigioni diventeranno il luogo ideale per permettere a nuove cellule terroristiche di riunirsi e organizzarsi, pianificando potenzialmente nuovi attacchi. Nader ha aggiunto che i cittadini europei non vogliono vedere i militanti dell’Isis tornare sul suolo europeo. Il direttore dell’Istituto ha altresì affermato che, a suo dire, le cause primarie che hanno concorso all’emergenza dell’Isis non sono state sradicate: instabilità politica, agitazioni etniche, povertà nella regione mediorientale.

Nella giornata di venerdì 15 febbraio, il generale dell’esercito americano Joseph Votel, che si occupa di monitorare le truppe statunitensi nel Medio Oriente in quanto è a capo del Commando Centrale, ha affermato che la fine dell’Isis potrebbe portare a dover affrontare cellule jihadiste più dispersive e difficili da individuare, creando uno stato di guerriglia logorante. In tal caso, secondo lui, l’aiuto di Washington si rivelerebbe ancora una volta necessario.

Allo stato attuale, è in dirittura d’arrivo l’offensiva finale delle Syrian Democratic Forces (SDF) contro lo Stato Islamico, la cui sconfitta dovrebbe sopraggiungere ormai “in pochissimo tempo”, secondo quanto riferito, sabato 16 febbraio, da Jiya Furat, il comandante dell’operazione condotta dalle milizie a guida americana contro l’ultima enclave jihadista nella Siria orientale. Furat aveva spiegato che le SDF avevano circondato gli ultimi miliziani dell’Isis rimasti e li avevano stretti in un angolo del villaggio di Baghouz, in cui li bersagliavano da tutte le direzioni. Poche ore prima, anche l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, organismo di monitoraggio con base nel Regno Unito, aveva reso noto che le SDF avevano occupato l’enclave terroristico della Siria orientale, e che gli ultimi jihadisti rimasti, ossia qualche centinaia di combattenti, per lo più stranieri, si erano arresi già negli ultimi due giorni. Tuttavia, secondo l’Osservatorio, resterebbero ancora alcuni militanti islamici nascosti in tunnel sotterranei.

Le Syrian Democratic Forces sono un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Fin dalla sua creazione, il 10 ottobre 2015, l’alleanza ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta contro l’ISIS in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le Syrian Democratic Forces sono sostenute dalla coalizione internazionale, a guida americana, che le considera un alleato indispensabile nella lotta contro l’Isis. Dopo la liberazione delle principali roccaforti dell’organizzazione terroristica in Siria, in particolare Raqqa, il 17 ottobre 2017, Deir Ezzor, il 3 novembre 2017, e Albu Kamal, il 19 novembre 2017, le forze curde sono state impegnate nella lotta contro gli ultimi soldati dell’Isis che si erano rifugiati nelle aree desertiche della Siria orientale. La coalizione internazionale a guida americana è stata creata nel settembre 2014 e, ad oggi, è formata da 79 membri; il suo scopo è quello di sconfiggere l’ISIS definitivamente. Nonostante la vittoria militare contro lo Stato Islamico in Siria sia stata annunciata il 6 dicembre 2017, i combattenti continuano ad essere attivi in alcune zone del Paese. In Siria, l’impegno militare della coalizione è concentrato nella valle dell’Eufrate, dove sono presenti gli ultimi nuclei di resistenza dell’Isis.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

 

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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