Trump vuole il Venezuela

Pubblicato il 12 febbraio 2019 alle 23:38 in Il commento Venezuela

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Trump ha urgente bisogno di una vittoria in politica internazionale e vede nel Venezuela una facile occasione. È dunque comprensibile che stia investendo molte energie per favorire un cambio di regime in quel Paese. Trump aveva promesso di riportare importanti successi su più fronti. A breve, dovrà presentarsi agli elettori con un bilancio relativo al suo primo mandato presidenziale. Il primo fronte è la Siria. Trump aveva iniziato la sua presidenza lanciando i missili contro Damasco, dove avrebbe voluto impiantare un presidente filo-americano al posto di Bassar al Assad, che invece è rimasto al potere grazie all’aiuto dei soldati russi. In Siria, ha vinto Putin. Il secondo fronte, in cui Trump aveva assicurato maggiori successi rispetto a Obama, è quello afgano. Da poco alla Casa Bianca, aveva sganciato in Afghanistan la bomba convenzionale più potente dell’arsenale americano, da lui definita “la madre di tutte le bombe”, il 13 aprile 2017, ricevendo le critiche di papa Francesco, il quale disse che una bomba non può essere mai definita “madre” perché toglie la vita anziché donarla. Come in Siria, Trump ha annunciato di voler ritirare tanti soldati anche dall’Afghanistan. I migliori analisti americani hanno affermato che si è arreso ai talebani, con cui ha avviato una trattativa diretta talmente frettolosa da scavalcare persino il governo democratico afgano sorretto dalla stessa Casa Bianca. Il terzo fronte è la Corea del Nord. Trump le aveva proibito di diventare una potenza nucleare, ma Kim Jong-un ha terminato il programma nucleare e adesso Trump deve convincerlo a liberarsi delle bombe. I due si incontreranno il 27 febbraio ad Hanoi, capitale del Vietnam. Trump ha iniziato a lodare il leader della Corea del Nord, anziché offenderlo, perché è stato costretto a passare da una politica di non proliferazione nucleare, che si applica agli Stati che vorrebbero costruire la bomba atomica, a una politica di contenimento, che si applica agli Stati che l’hanno costruita. I primi, come l’Iran, vengono minacciati; i secondi, come la Corea del Nord, vengono rispettati. Anche il muro con il Messico è stato finora un insuccesso grazie alla tenace opposizione di Nancy Pelosi, capogruppo dei democratici alla Camera. Essendo eretto contro un Paese straniero, il muro è anche questione di politica estera. Agli occhi degli elettori attratti dal mito della forza, Trump ha riportato un successo soltanto nei confronti dell’Iran. In questo caso, ha mantenuto le promesse. Ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale d’Israele e si è ritirato dagli accordi con l’Iran, che ha nuovamente messo in un angolo. Pochi giorni fa, durante una cerimonia per celebrare la memoria di Khomeini, il presidente Rouhani ha dichiarato che l’Iran sta affrontando la situazione economica più difficile degli ultimi 40 anni per colpa degli Stati Uniti. Questa numerosa mancanza di successi ci aiuta a comprendere l’urgenza con cui Trump vorrebbe sostituire Maduro, legato a Russia e Cina, con un presidente legato agli Stati Uniti. L’occasione è ghiotta per tre ragioni. La prima è che Trump può già contare su un contro-presidente, che è Guaidò. Mentre Gheddafi fu abbattuto senza che Obama avesse prima trovato un sostituto, il Venezuela, almeno nei piani di Trump, passerebbe dalle mani di Maduro a quelle di Guaidò senza particolari traumi. Trump pensa che i benefici di un cambio di regime in Venezuela sarebbero piuttosto rapidi e quindi tesaurizzabili nel breve periodo in vista delle elezioni. Il Venezuela gli appare come un teatro politico molto meno complesso di Siria, Libia e Afghanistan. Caduto Maduro, Trump invierebbe a Guaidò una tale quantità di dollari da seppellirlo vivo sotto le banconote per attribuirsi il merito della ripresa dell’economia venezuelana. La seconda ragione che rende il Venezuela una preda particolarmente ghiotta è che Trump gode di un ampio sostegno internazionale. Tutti i principali Paesi del blocco occidentale hanno disconosciuto Maduro e riconosciuto Guaidò, fatta eccezione per il governo di Giuseppe Conte. La terza ragione, che accresce gli appetiti, è che Trump, almeno sul Venezuela, gode di un ampio sostegno interno. La maggioranza degli americani ritiene che Maduro debba essere rovesciato. Una simile unità d’intenti non si ritrova su altre questioni. Le scelte di Trump in politica internazionale sono quasi sempre criticate, tanto dai repubblicani quanto dai democratici.

Articolo apparso sul Messaggero. Per gentile concessione

Sicurezza Internazionale, quotidiano sulla politica internazionale

di Alessandro Orsini

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