Casa Bianca non si pronuncia su colpevolezza del principe saudita nel caso Khashoggi

Pubblicato il 9 febbraio 2019 alle 13:10 in Arabia Saudita USA e Canada

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La Casa Bianca non ha rispettato la scadenza, fissata per venerdì 8 febbraio, entro cui doveva pronunciarsi e svelare le proprie convinzioni in merito alla presunta implicazione del principe ereditario saudita nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.

Il presidente americano, Donald Trump, si è rifiutato di rispettare la scadenza fissata a venerdì 8 febbraio, giorno in cui avrebbe dovuto informare il Senato sull’opinione della Casa Bianca in merito alla presunta colpevolezza del Principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman, il quale sarebbe, secondo la CIA, il mandante dell’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi. Giovedì 7 febbraio, l’inquirente per i diritti umani delle Nazioni Unite a capo dell’indagine internazionale sul caso Khashoggi aveva reso noto che, stando alle prove, l’uomo era stato vittima di un “omicidio brutale e premeditato, pianificato e perpetrato da funzionari dello Stato dell’Arabia Saudita”.

Il 10 ottobre 2018, a una settimana dall’omicidio del giornalista saudita, un gruppo di senatori americani, composto tanto da repubblicani quanto da democratici, aveva spinto per far valere i dettami del Global Magnitsky Act, documento che implica un’indagine presidenziale volta ad appurare se un soggetto straniero, in questo caso il principe ereditario saudita, sia responsabile o meno per la morte di qualcuno, qui Khashoggi, in un periodo di tempo limite di 120 giorni. Venerdì tale scadenza è stata raggiunta, e si aspettava un verdetto della Casa Bianca, che però non è arrivato. “Il presidente Trump ha fermamente insistito sul fatto che i legami bilaterali tra gli USA e l’Arabia Saudita sono più importanti rispetto alla determinazione della responsabilità per l’omicidio”, ha spiegato un inviato di Al Jazeera, Mike Hanna, da Washington, DC.

La decisione della Casa Bianca di non pronunciarsi giunge il giorno dopo che un report del New York Times aveva rivelato, grazie a intercettazioni dell’intelligenze americana, che, durante una conversazione del principe ereditario saudita con i suoi consiglieri, egli aveva affermato che avrebbe usato “un proiettile” per Jamal Khashoggi. Il Ministro di Stato per gli Affari Esteri di Riad, Adel al-Jubeir, ha minimizzato tale notizia, affermando che Mohammed bin Salman non avrebbe “alcun ruolo” nell’omicidio. Allo stato attuale, l’Arabia Saudita ha incriminato 11 persone per il caso Khashoggi, tra cui molti funzionari vicini al principe ereditario, e 5 di loro rischiano la pena di morte.

Lo scorso novembre, la CIA aveva concluso che l’omicidio di Khashoggi a Instanbul era stato ordinato dal principe ereditario saudita, una scoperta che andava in aperta contraddizione delle dichiarazioni di Mohammed bin Salman. Nel mese di dicembre, il Senato aveva proposto una risoluzione che prevede la cessazione del sostegno militare americano alla coalizione araba a guida saudita nella guerra civile in Yemen, e i deputati avevano approvato nuove sanzioni per Riad per il 2019. Mercoledì 6 febbraio, il Comitato degli Affari Esteri ha proposto una risoluzione mirata a porre effettivamente fine al coinvolgimento americano nella guerra in Yemen; tale bozza dovrà adesso essere discussa nella Camera.

Già il 15 novembre scorso, gli Stati Uniti avevano deciso di imporre sanzioni economiche nei confronti di 17 funzionari sauditi per il loro ruolo nell’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi. Le sanzioni del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti sono state la prima risposta concreta dell’amministrazione Trump all’omicidio di Khashoggi, avvenuta nel consolato saudita in Turchia, il 2 ottobre. Tra gli individui implicati vi sono Saud al-Qahtani, il quale è stato rimosso dalla sua posizione di primo ministro nel regime del principe ereditario Mohammed bin Salman, così come il console generale saudita, Mohammad al-Otaibi, e alcuni membri della squadra di 15 persone identificata dalla Turchia come coinvolta nell’omicidio.
In un primo momento, Riad aveva negato ogni responsabilità per la scomparsa del famoso critico, sostenendo che l’editorialista del Washington Post aveva lasciato l’edificio indenne. In seguito, l’Arabia Saudita aveva ammesso che Khashoggi era effettivamente stato ucciso all’interno del suo consolato, precisando che l’uomo era morto in seguito a una rissa. Infine, Riad aveva nuovamente cambiato versione, affermando che il governo saudita voleva convincere il giornalista a tornare in patria, come parte di una campagna volta a prevenire che gli oppositori del Paese venissero ingaggiati dai nemici. Per questo motivo, il vice presidente dell’Intelligence saudita, Ahmed al-Asiri, aveva costituito un gruppo di 15 persone, inviandolo a Istanbul per incontrare il giornalista e convincerlo a tornare in Arabia Saudita. Secondo il piano, il team avrebbe dovuto trattenere Khashoggi in una casa sicura, fuori Istanbul, per un certo periodo di tempo, ma l’accordo era di rilasciarlo se, alla fine, l’uomo si fosse opposto a tornare in patria. Nonostante ciò, un funzionario saudita ha dichiarato che la situazione è degenerata sin dall’inizio, in quanto il gruppo ha ignorato gli ordini e ha utilizzato la violenza, trattenendo Khashoggi per il collo, coprendogli la bocca per evitare che urlasse e provocando così la sua morte.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

 

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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