Il destino di Raqqa: cosa succede nell’ex capitale dell’ISIS

Pubblicato il 8 febbraio 2019 alle 13:27 in Medio Oriente Siria

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Nella città siriana di Raqqa, ex-capitale dell’autoproclamato “califfato islamico”, 63 sospetti militanti dell’ISIS sono stati arrestati, giovedì 7 febbraio, durante un’operazione contro le cellule dormienti jihadiste. Gli aggiornamenti sulla situazione nella città. 

La notizia è stata annunciata dalle Syrian Democratic Forces (SDF), un’alleanza di milizie a maggioranza curda che sono operative nel territorio dal 2015 e che godono dell’appoggio degli Stati Uniti. Le forze democratiche siriane hanno dichiarato che gli individui arrestati appartenevano a “cellule terroristiche direttamente responsabili della diffusione di terrore e caos” nella città. Il capo dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, Rami Abdel Rahman, ha dichiarato che tra questi individui ci dovrebbero essere circa 48 membri del gruppo jihadista dello Stato Islamico. Rahman ha, infatti, riferito che sono stati arrestati anche i membri di alcuni gruppi estremisti islamici opposti all’ISIS. Gli arresti sono parte di una vasta operazione volta alla repressione delle presunte cellule dormienti dell’ISIS nel territorio controllato dal SDF, secondo quanto ha riferito l’Osservatorio. Tra gli arresti sono quotidiani e molti degli arrestati sono militanti jihadisti di origine straniera. Le SDF ha catturato almeno 50 combattenti stranieri nelle ultime tre settimane, secondo quanto ha dichiarato il rappresentante curdo per gli affari esteri, Abdel Karim Omar. Tra questi, vi sarebbe il jihadista tedesco, Martin Lemke.

Un portavoce delle Syrian Democratic Forces, Mustafa Bali, ha dichiarato che i combattenti dell’ISIS, stranieri e non, si nascondono spesso tra i civili in fuga. La popolazione di Raqqa, infatti, si starebbe nuovamente allontanando dalla città, a causa del timore di una nuova offensiva dello Stato Islamico. La popolazione civile siriana aveva fatto ritorno a Raqqa a partire da novembre 2017, quando centinaia di persone erano tornate alle loro case, dopo che le SDF avevano bonificato la città dalle mine collocate nel territorio da parte dello Stato Islamico. Infatti, la città di Raqqa era stata liberata il 17 ottobre 2017 da parte proprio delle Syrian Democratic Forces, sostenute dalla coalizione internazionale, a guida americana. La città era la capitale de facto dello Stato Islamico in Siria, un centro operativo dal quale l’organizzazione monitorava la gestione delle aree orientale, centrale e settentrionale del Paese e dal quale l’ISIS pianificava i propri attacchi. L’offensiva per liberare Raqqa era iniziata il 6 giugno 2017. A causa del califfato e degli scontri, decine di migliaia di persone avevano abbandonato l’area, riducendo Raqqa a una città fantasma. Mercoledì 8 novembre 2017, le Syrian Democratic Forces avevano riferito, in un comunicato online, che centinaia di famiglie stavano tornando ad Al-Meshleb, il distretto più orientale di Raqqa. Le milizie avevano dato ai civili il permesso di tornare nelle loro case, dopo aver bonificato il territorio e le abitazioni, nelle quali lo Stato Islamico aveva nascosto dispositivi esplosivi e mine.

Tuttavia, a partire da dicembre 2018, le SDF e la coalizione a guida americana hanno intensificato l’offensiva contro le cellule di estremisti islamici ancora presenti sul territorio. Per questa ragione, più di 37.000 persone, per lo più donne e bambini, spesso appartenenti a famiglie jihadiste, sono nuovamente fuggite da Raqqa, secondo quanto ha riportato l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo le stime, tra le persone in fuga ci sarebbero circa 3.200 jihadisti, siriani e stranieri. Le autorità curde, infatti, affermano di avere arrestato centinaia di membri stranieri dell’ISIS. Il quotidiano, The New Arab, presume che tra questi ci siano anche degli europei, come Mohammad Haydar Zammar, un cittadino tedesco di origine siriana e il 36enne tedesco Sufyan, che si è recato in Siria nel 2015 per unirsi al gruppo dello Stato Islamico. I sospetti jihadisti catturati dalla SDF sarebbero solitamente desiderosi di tornare in Europa, secondo quanto riferisce il quotidiano. Tuttavia, sebbene l’amministrazione curda nel nord-est della Siria vorrebbe permettere ai questi individui di essere processati nei propri Paesi, i governi degli Stati occidentali sono spesso riluttanti di fronte a tali richieste.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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