Sudan: presidente assume tono conciliatorio con i manifestanti

Pubblicato il 7 febbraio 2019 alle 12:19 in Africa Sudan

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Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, ha assunto un tono conciliatorio nei confronti dei manifestanti, riconoscendo che la maggior parte di loro è costituita da giovani senza prospettive di vita soddisfacenti. Il leader sudanese ha altresì promesso di liberare i giornalisti detenuti nel corso dei mesi passati nell’ambito dei disordini.

Come spiega al-Jazeera English, sembra che al-Bashir abbia assunto una nuova strategia nei confronti delle proteste, cercando di mitigare la posizione del governo. Non a caso, nei giorni passati, i ministri della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, ed il premier Moataz Moussa hanno rilasciato dichiarazioni simili. Il primo ha riferito che “i giovani che partecipano alle proteste hanno motivazioni ragionevoli”, mentre il secondo ha descritto le richieste di una vita migliore avanzate dai manifestanti “legittime”.

Le proteste in Sudan, iniziate il 19 dicembre, mirano a ridurre i prezzi del cibo e del carburante, che sono aumentati a dismisura. Il Paese africano sta vivendo un’acuta crisi dei cambi e di inflazione crescente, nonostante la sospensione delle sanzioni economiche effettuata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2017. Ad oggi, l’inflazione si aggira intorno al 70% e il pound sudanese ha perso molto valore, comportando carenza di pane e di carburante nella maggior parte delle città. “Ammetto che abbiamo problemi economici, ma non possono essere risolti con la distruzione, i saccheggi e i furti”, ha affermato il presidente con riferimento ai numerosi edifici ed uffici governativi che sono stati danneggiati e dati alle fiamme dai manifestanti.

Negli ultimi giorni, al-Bashir ha riconosciuto che la rabbia dei giovani è scaturita della scorretta attuazione delle leggi sull’ordine pubblico. Gli standard etici del Sudan sono stati criticati ampiamente dalle organizzazioni dei diritti umani, le quali sostengono che il governo sudanese restringa la libertà delle donne, condannando, ad esempio, quelle che indossano i pantaloni. Tale fatto, spiegano gli attivisti, viene considerato un “comportamento immorale” dalle autorità sudanesi. Le donne che subiscono tale accusa vanno incontro alla detenzione e a multe.  Secondo un gruppo difensore delle donne che opera nel Paese africano, nel 2016, almeno 16.000 donne sono state condannate per simili ragioni.

Con questo cambio di atteggiamento, al-Bashir vuole evitare che il Paese precipiti nel caos. “Potete vedere quello che è successo in Libia, dove dal 2011 regna l’instabilità”, ha notato il presidente. In Sudan, dall’inizio delle proteste, sono morte circa 51 persone, anche se il governo ha diffuso stime ufficiali che si aggirano intorno alle 30 vittime.

Al-Bashir, che governa il Sudan dal 30 giugno 1989, è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, accusa che il leader sudanese ha sempre respinto. I gruppi umanitari, tuttavia, ritengono che, da quando è salito al potere, al-Bashir porta avanti pratiche brutali contro i propri cittadini. Dopo aver concentrato tutto il potere nella capitale Karthoum, le aree circostanti sono state marginalizzate ed è stata attuata una violenta repressione contro i residenti non musulmani, soprattutto nella regione del Darfur e nel Sud del Paese. 

Il conflitto nel Darfur è scoppiato precisamente il 26 febbraio 2003, quando diversi gruppi di ribelli etnici africani hanno preso le armi contro il governo arabo locale, accusandolo di apartheid. Khartoum insiste sul fatto che il conflitto nel Darfur si sia concluso, mentre la missione ibrida delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana in Darfur (UNAMID), attivata all’inizio del conflitto, non è ancora stata sospesa.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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