Indonesia: 193 immigrati dal Bangladesh trovati imprigionati

Pubblicato il 7 febbraio 2019 alle 16:15 in Bangladesh Immigrazione

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La polizia indonesiana ha dichiarato, giovedì 7 febbraio, di aver trovato 193 bengalesi imprigionati in un locale a Medan, nell’isola di Sumatra, dopo che i trafficanti di esseri umani li avevano attirati con la promessa di portarli in Malesia.

Secondo il resoconto del capo dell’ufficio immigrazione di Sumatra, Fery Monang Sihite, gli uomini sono entrati a Bali con un visto turistico con l’intenzione di raggiungere la Malesia per opportunità di lavoro.  Sihite ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters che i bengalesi, tutti in buona salute al loro ritrovamento, sono stati ingannati e vittime della tratta degli esseri umani. I 193 uomini, martedì 5 febbraio, sono stati dislocati in un centro di detenzione per immigrati e verranno rimpatriati il prima possibile.

Uno degli uomini, di nome Mahbub, 39 anni, è stato citato dal portale di notizie Tribun Medan. La testata ha riportato che una parte del gruppo è stata detenuta dai trafficanti per 3 mesi. La testimonianza di Mahbub ha confermato che la meta di destinazione era la Malesia.

L’agenzia Reuters non ha potuto contattare gli uomini rilasciati o la polizia per un commento. Le autorità sono state prima avvisate del caso dopo che i vicini avevano riferito di aver sentito rumori sospetti provenienti dall’edificio, secondo i media.

Sihite ha affermato che gli uomini non facevano parte della minoranza musulmana Rohingya, risiedente in Myanmar ma costretta a fuggire a seguito delle violenze perpetuate dall’esercito e dalla popolazione buddhista. Nell’agosto del 2017, più di 700.000 Rohingya sono fuggiti dallo Stato birmano di Rakhine per rifugiarsi in Bangladesh. L’ONU, nello stesso agosto, ha mandato un team di ispettori nel Paese asiatico e, in un report, ha accusato diversi rappresentanti dell’esercito birmano di genocidio e di pulizia etnica. Il Paese ha rigettato qualsiasi accusa, incolpando la minoranza di terrorismo.

La gravità della situazione ha spinto il Bangladesh e il Myanmar ad incontrarsi, e nel gennaio 2018 hanno stipulato un accordo che prevede il rimpatrio volontario dei profughi Rohingya. L’accordo è stato denigrato dalle agenzie dell’ONU, che non ritengono ancora sicuro per la minoranza ritornare nel Paese d’origine poiché mancano garanzie di standard di vita e di protezione, ed anche dai Rohingya stessi. Il programma di rimpatrio doveva partire a metà novembre 2018, ma poiché nessun profugo ha accettato di tornare in Myanmar, il Bangladesh ha deciso di posticipare la prima tornata di rimpatri nel 2019, dopo le elezioni nazionali.

La paura del rimpatrio e le scarse condizioni di vita in Bangladesh ha spinto centinaia di Rohingya, ma anche normali cittadini bengalesi, ad avventurarsi con imbarcazioni fortunose o ad affidarsi a scafisti per raggiungere l’isola di Sumatra e anche per raggiungere la Malesia.

Non è la prima volta che la regione asiatica deve affrontare il fenomeno dei flussi migratori dal Bangladesh e dal Myanmar. Nel 2015, dopo il rinvenimento di una fossa comune nel distretto thailandese di Sadao confinante con la Malesia, Bankok aveva attuato delle misure per smantellare tali tratte clandestine e, insieme al governo malese e quello indonesiano, aveva avviato le ricerche per le imbarcazioni adite allo scopo. I ministri degli Esteri dei tre Paesi si sono incontrati nel maggio 2015, dove Malesia ed Indonesia hanno concordato di offrire un rifugio temporaneo ai migranti, a condizione che la comunità internazionale rimpatriasse i rifugiati entro un anno, mentre la Tailandia ha fatto un passo indietro.

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di Redazione

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