Onu: capo dell’esercito Myanmar da processare prima del rimpatrio dei Rohingya

Pubblicato il 25 gennaio 2019 alle 18:15 in Asia Myanmar

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Il capo dell’esercito del Myanmar dovrebbe essere processato per genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohingya, ha dichiarato un’investigatrice per i diritti umani delle Nazioni Unite venerdì 25 gennaio. Secondo l’autorità, i responsabili dovrebbero rendere conto dei loro crimini prima che comincino le politiche di rimpatrio dei rifugiati.

Yanghee Lee, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Myanmar, lo ha affermato durante un viaggio in Thailandia e Bangladesh , dove ha incontrato funzionari e semplici civili Rohingya, cacciati dallo stato occidentale di Rakhine dopo la repressione militare cominciata nell’agosto 2017. Lee, espulsa dal Paese asiatico, ha dichiarato che “Min Aung Hlaing e altri dovrebbero essere ritenuti responsabili del genocidio in Rakhine e per crimini contro l’umanità e crimini di guerra in altre parti del Myanmar “, riferendosi al comandante in capo dell’esercito.

La sua intervista ha segnato la prima volta che la relatrice ha chiesto pubblicamente che il comandante delle forze armate birmane venisse processato per genocidio. I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze hanno subito un’escalation nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati a delle stazioni di polizia da alcuni militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. Una missione d’inchiesta dell’Onu in Myanmar dell’agosto 2017, ha affermato che la campagna militare, descritta ai rifugiati con omicidi di massa e stupri, è stata orchestrata con “intenti di genocidio”. Il report della missione, pubblicato il 27 agosto,  ha raccomandato infine di accusare Min Aung Hlaing e altri cinque generali con i “più gravi crimini di diritto internazionale”. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano pulizia etnica. Le autorità dello Stato hanno rigettato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

Nell’ultimo periodo, la situazione nel nord dello Stato di Rakhine è particolarmente tesa, dal momento che il governo sta cercando di avviare un processo di rimpatrio. I Rohingya rifugiati in Bangladesh si sono rifiutati di tornare, poiché le autorità non hanno ancora garantito diritti, cittadinanza e sicurezza. D’altro canto, i Rohingya ancora in Myanmar sono sempre più isolati e nell’ultimo mese diverse barche, con a bordo uomini, donne e bambini che cercano di fuggire sono state fermate dalla polizia. La minoranza è stata a lungo perseguitata ed è ancora soggetta a condizioni di apartheid a Rakhine, non avendo accesso all’assistenza sanitaria e vedendosi ridotta la libertà di movimento. Molti dei Rohingya fuggiti temono anche che, in loro assenza, il Myanmar stia cancellando tutti i segni della loro storia locale. In più, il governo birmano ha temporaneamente fermato i programmi di aiuto in 5 distretti dello Stato di Rakhine, impedendo alle organizzazioni internazionali di sostenere la popolazione tramite servizi essenziali.

Ci sono dunque circa 730.000 Rohingya rifugiati in Bangladesh, dove ora vivono in campi sovraffollati. Secondo l’investigatrice Lee, prima di qualsiasi rimpatrio, “bisogna processare i colpevoli, perché rimandare indietro i rifugiati senza alcuna responsabilità potrebbe davvero esacerbare o prolungare l’orribile situazione in Myanmar”, secondo quanto riportato in un’intervista a Reuters in Thailandia del 18 gennaio. La funzionaria Onu ha poi aggiunto che, se la politica di rimpatrio avrà inizio prima dei processi, si verificherà “un altro ciclo di espulsione”. I portavoce dell’esercito e del governo della Birmania non potevano essere raggiunti per un commento.

Il Paese ha in precedenza negato tutte le accuse fatte dai rifugiati contro le sue truppe, che secondo lui erano impegnate in legittime operazioni antiterrorismo. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a settembre 2018 ha votato per approvare l’istituzione di un “meccanismo indipendente” per il Myanmar che raccolga, consolidi e preservi le prove dei crimini che potrebbero essere utilizzati in un eventuale caso giudiziario.  Lee ha affermato che il meccanismo indipendente fornirebbe fondi per “supporto alle vittime”, compreso uno stanziamento in denaro per i casi criminali. Il Myanmar ha tuttavia asserito che “rifiuta assolutamente” che la Corte penale internazionale (ICC) abbia giurisdizione per decidere sulle sue azioni.

Il Paese non è parte dello statuto di Roma, istitutivo della corte dell’Aja. I non membri possono essere deferiti alla CPI solamente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, anche se fonti diplomatiche hanno affermato che 2 dei membri permanenti, Cina e Russia, metterebbero il veto ad una qualsiasi mossa del genere. Il Consiglio, a dicembre, stava valutando di attuare una risoluzione che spinga il Paese asiatico a lavorare con le Nazioni Unite per affrontare la crisi dei rifugiati Rohingya. I lavori per il testo sono stati tuttavia boicottati dalla Cina e dalla Russia. La bozza di risoluzione mira a stabilire un calendario per il governo birmano che consenta il ritorno dei rifugiati Rohingya. Secondo i funzionari diplomatici, l’Onu, attraverso questo documento, vorrebbe richiamare alla responsabilità il Myanmar sulla questione dei Rohingya. Esperti legali affermano che altre opzioni per un procedimento giudiziario internazionale includono il rinvio da parte di singoli stati membri degli Stati Uniti – cinque stati dell’America Latina hanno recentemente riferito con successo il Venezuela – o un tribunale ad hoc.

Alla funzionaria dell’Onu è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017 per le sue critiche al trattamento riservato ai Rohingya. Le autorità birmane hanno rifiutato la sua ultima richiesta di visitare il Paese. Secondo Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è stato una “grande delusione”. Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, 44 giornalisti sono stati arrestati, secondo Athan, un gruppo di libertà di espressione basato a Yangon. Quel numero comprende due reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a sette anni dopo aver riferito di un massacro a guida militare di 10 Rohingya. L’investigatrice per i diritti umani ha definito “allarmante” la strada intrapresa dal Paese asiatico.

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di Redazione

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