Etiopia: firmato cessate il fuoco tra Stato Oromia e OLF

Pubblicato il 25 gennaio 2019 alle 19:10 in Africa Etiopia

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Lo Stato regionale etiope di Oromia ha concluso un accordo di cessate il fuoco con l’Oromo Liberation Front (OLF), dopo mesi di scontri e violenze che hanno minacciato la sicurezza di tutta la regione. Il patto è stato firmato da Milkesa Mideksa, dello Stato Oromia, e da Dawud Ibsa, rappresentante dell’OLF.

Le due parti hanno concordato di evitare “un bagno di sangue” e di porre le basi congiuntamente per creare un futuro pacifico. L’evento si è tenuto presso l’università statale, dove erano presenti anche i leader oromo e diversi rappresentanti dei partiti politici locali.

L’OLF era considerato un gruppo terroristico che, grazie alle riforme del premier Abiy Ahmed, in carica dal 2 aprile scorso, è potuto tornare a operare in Etiopia perdendo tale designazione. Nel corso dell’estate passata, Abiy ha intrattenuto colloqui di pace con diversi gruppi, tra cui l’OLF, il Patriotic Ginbot (PG7) e il Tigray People’s Democratic Movement.

Nonostante ciò, Il 16 settembre, nella la città di Barayu, nella regione Oromia, 58 persone hanno perso la vita e molte altre sono state costrette ad abbandonare le proprie case per via di scontri. Amnesty International ha condannato l’accaduto, ritenendo che le violenze avevano un fondamento etnico. Le offensive sono scoppiate in seguito al ritorno in Etiopia della leadership dell’OLF. Il 3 ottobre gli scontri sono continuati nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz, nella zona di Kamashi, provocando la morte di 44 persone e costringendo 70.000 cittadini ad abbandonare le proprie case.

Questa situazione ha contribuito ad accrescere il numero degli sfollati interni, che ammontano a circa 1,4 milioni di sfollati, 200.000 in più rispetto alla Siria, secondo quanto riportato dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC). Tali cifre ha precisato il IDMC, fanno dell’Etiopia il primo Paese al mondo per numero di sfollati. 

In base all’accordo di cessate il fuoco, l’OLF ha acconsentito alla fine degli scontri, accettando di far integrare i propri membri nell’esercito e di formare un comitato per facilitare le condizioni per il disarmo, la de-mobilitazione e la reintegrazione dei membri armati. In precedenza, l’OLF aveva accusato le autorità di Addis Abeba di non essere riuscite a rispettare l’accordo per l’assorbimento dei combattenti all’interno dell’esercito etiope.

Sotto Abiy Ahmed, l’Etiopia ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista politico, ma anche economico e sociale. Il Paese del Corno d’Africa era caratterizzato da tensioni politiche dal novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa dello Stato. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese.

I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, con l’obiettivo di interrompere le proteste.

Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso grazie ad Ahmed, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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