Trump e Kim Jong-un stanno per incontrarsi di nuovo

Pubblicato il 22 gennaio 2019 alle 8:54 in Corea del Nord Il commento

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Trump incontrerà il dittatore della Corea del Nord verso la fine di febbraio. È possibile che il vertice si svolga in Vietnam, Thailandia o alle Hawaii. L’annuncio è avvenuto al termine di un colloquio di novanta minuti alla Casa Bianca tra Trump e Kim Yong-chol, ex capo dei servizi segreti della Corea del Nord, che ha assunto il ruolo di negoziatore. La situazione che si è creata tra i due Paesi viene definita di stallo dalla stampa occidentale, ma non è affatto tale. È la situazione strategica in cui un Paese non può vincere perché l’altro non può perdere. Il Paese che non può vincere sono gli Stati Uniti. Trump chiede al dittatore della Corea del Nord di smantellare il proprio arsenale nucleare. Questo non avverrà per molte ragioni. Una di queste è “identitaria”. La Corea del Nord è uno Stato che ha soltanto la bomba atomica. Quando uno Stato ha soltanto una cosa, ciò che ha è ciò che è. In questo caso, la bomba atomica coincide con l’identità politica di un intero popolo. Senza la bomba atomica, nessuno parlerebbe del regime nordcoreano, che sarebbe semplicemente uno degli Stati più poveri del mondo con carestie periodiche simili a catastrofi. È agevole dimostrarlo: gli italiani hanno sentito pronunciare per la prima volta il nome di Kim Jong-un quando questi ha iniziato a lanciare i missili per completare il programma nucleare. Quel nome era talmente sconosciuto che gli italiani non riuscivano a pronunciarlo senza storpiarlo. Kim Jong-un, grazie alla bomba atomica, si è ritrovato sulla copertina del “Time” come uomo dell’anno 2017. Questa rubrica non ha bisogno di ulteriori dimostrazioni: Kim Jong-un è stato partorito da una bomba. Con la bomba è tutto, senza la bomba è niente.

Un’altra ragione per cui la Corea del Nord non si spoglierà della bomba atomica è politica purché sia chiaro che, in un sistema internazionale di tipo anarchico, la politica è l’arte del tradimento. Ogni Paese, dovendo provvedere ai propri interessi in assenza di un governo mondiale – l’Onu non lo è realmente – dev’essere sempre pronto a tradire gli altri Stati. Non soltanto gli Stati devono essere pronti a tradire, ma devono anche vivere nella paura del tradimento. Ciò è dimostrato dal fatto che gli Stati Uniti conducono attività di spionaggio persino contro i loro più stretti alleati. Il 4 luglio 2015, la CNN, grazie a un servizio di Jake Tapper, ha rivelato che la Casa Bianca ha spiato il governo tedesco per anni. Il caso era stato reso noto dal parlamento tedesco che aveva inviato un’indagine investigativa sulla Casa Bianca, all’epoca guidata da Obama, accusata di avere spiato il cellulare della Merkel per il tramite della National Security Agency e quello di alcuni giornalisti del “Der Spiegel”. Günter Heiss, il coordinatore dei servizi segreti tedeschi, fu chiamato a testimoniare davanti a una commissione parlamentare, giovedì 2 luglio 2015. Il dittatore della Corea del Nord sa che Trump potrebbe mantenere gli impegni e liberarlo dalle sanzioni in cambio dello smantellamento dell’arsenale nucleare. Il problema è che non può essere certo che il successore di Trump, nessuno può sapere quale, non avvii il bombardamento e l’invasione della Corea del Nord dopo avere cambiato orientamento. Il caso dell’Iran lo dimostra. Obama aveva stretto un accordo con il regime di Teheran, stracciato dal successore Trump, il quale può garantire per sé e non per colui che prenderà il suo posto, proprio come Obama, che ha potuto firmare senza assicurare. Lo dimostra anche il caso della Libia. Il 10 dicembre 2007, Sarkozy aveva stretto intese con Gheddafi, ricevuto a Parigi per ben cinque giorni con gli onori riservati a un grande monarca, salvo poi abbatterlo con le bombe nel 2011. L’elenco è infinito: Saddam Hussein godeva dell’appoggio della Casa Bianca nella guerra contro l’Iran, dal 1980 al 1988, ma poi fu abbattuto dagli stessi americani nel 2003. I capi di Stato cambiano e, siccome il sistema internazionale è anarchico, “cambiano gli impegni”: un’espressione eufemistica per dire che avvengono i tradimenti. Trump è a conoscenza di ciò. La sua strategia è di ottenere pochissimo nel prossimo incontro con Kim Jong-un per promettere moltissimo. L’obiettivo è di arrivare alla prossima campagna elettorale assicurando agli americani che Kim distruggerà le proprie armi nucleari, una per una e con le proprie mani. La politica internazionale non muta nel mutare dei millenni.

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Articolo apparso sul Messaggero. Per gentile concessione

di Alessandro Orsini

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